…..Quale fosse il sentimento della popolazione alla vigilia e durante la tragedia, ce la racconta nel suo diario il pievano di Pontebba, don Silvio Beorchia:
Aprile 1915. Santino con la preghiera per la pace di Papa Benedetto IV°“””1915 – Anno della guerra europea “E’ l’anno più burrascoso che si possa immaginare. Esso trova l’Europa in fiamme: Austria Germania e Turchia combattenti da cinque mesi contro la Russia, l’Inghilterra la Francia, la Serbia, il Montenegro ed il Belgio.Le cause? Prevalenza di dominazione fra l’Austria e la Russia, rivalità per la dominazione dei mari e delle industrie – commercio fra Germania e Inghilterra. L’Italia che si era dichiarata neutrale fin dal principio della guerra, si venne preparando al conflitto per non trovarsi in un grado di inferiorità un altro giorno, e le sue relazioni con l’Austria si fecero sempre più tese specialmente per la causa degli italiani soggetti all’impero austro ungarico. Pertanto l’opinione pubblica veniva formandosi favorevole alla guerra, specialmente per opera dei giornali più letti e dei profughi triestini, coordinati nelle grandi città dalle agitazioni studentesche. Con il mese di maggio, il mese primaverile dei fiori, all’orizzonte il nero dell’uragano che doveva scoppiare. Gli eventi precipitarono ed il 20 maggio la camera convocata votò i pieni poteri al governo.””” I due paesi vengono sgomberati in tutta fretta, non c’è tempo e bisogna abbandonare tutto, viene consentito di portare con se solo un sacco o una valigia, le case contenenti tra l’altro i ricordi più cari verranno irrimediabilmente perdute, molti non torneranno più.
“””La popolazione di Pontebba aveva già cominciato ad allontanarsi. Il personale addetto alle ferrovie ed uffici pubblici, aveva spedito verso luoghi più lontani dal confine i loro mobili. Lo sgombero avvenuto di tutta la popolazione di Pontafel per ordine superiore impressionò di più i Pontebbani, ma siccome non arrivava nessun ordine da parte delle autorità, si confidava che il pericolo non esistesse e fosse esagerato, invece la mattina del 21, mentre mi trovavo ancora a letto, mi capitò in camera costernato il (sagrestano?)… Giacomo Brisinello e mi disse: Brutte nuove Sior Plevan! E mi raccontò che la pubblica sicurezza s’aggirava per le case ordinando di far partire in giornata, ammalati, vecchi, donne e fanciulli e soggiungeva che si voleva distruggere Pontebba perché la popolazione aveva fatto troppo spionaggio e contrabbando a favore dell’Austria. Questo era una creazione della fantasia popolare, mi alzai e fatto un giro per il paese, già mezzo deserto, mi accertai dell’ordine di partire. Allora ritornato a casa ordinai alle suore di trasportare nelle cantine i letti e le masserizie più importanti. Così alla rinfusa si trasportò in cantina quello che capitava tra le mani: letti, coperte, stoviglie, libi, registri parrocchiali ecc. alle 9 del mattino feci partire le suore e mio padre. Alla stazione era un pigiarsi, un piangere, un salutarsi nella completa incertezza dell’avvenire. Rimasi in casa fino l’indomani 22 maggio. Alla mattina celebrai l’ultima messa nella chiesa parrocchiale e consumai le S. Specie. Rimaneva con me D. Pasquale Michieli. Alla messa assistettero cinque uomini che parevano decisi a rimanere ad ogni costo a Pontebba, ma alle ore 13 il delegato avvertì don Pasquale che entro un’ora tutti dovevano trovarsi alla stazione, perché vi partiva l’ultimo treno. Allora in fretta e in furia facemmo un po’ di fagotto e via alla stazione. Io che avevo i polmoni in disordine feci una fatica indescrivibile a trascinarmi col mio sacco fino alla stazione. Così alle ore 15 pomeridiane Pontebba restava completamente svuotata e con la speranza di poter in breve, dopo il trionfo delle nostre armi, ritornarvi, si partì. Al casello di Pietratagliata il treno vi fermò per raccogliervi quegli abitanti che pure avevano avuto l’ordine di lasciare il paese. Dove si andava? Nessuno lo sapeva. Io avevo pensato di andare fino a Resiutta; la gente andava a Moggio, a Gemona, a Udine,ecc., al primo paese che li avesse accolti. Chi aveva bestiami aveva procurato di partire prima, altri (nelle frazioni) vollero rimanere, sperando di potersi salvare nella stalla oppure fra i monti; ma più tardi dovettero essi pure abbandonare i cari luoghi. A Chiusaforte il treno si fermò e fummo avvisati che bisognava attendere quattro ore per proseguire; allora pensai di fermarmi a Chiusaforte e di chiedere ospitalità al Pievano Don Pietro Foramitti per me e per Don Pasquale. Infatti fummo accolti a braccia aperte e quivi fissammo la nostra dimora. Il 23 di sera alla sella Nevea si udirono i primi colpi di cannone: gli austriaci si fecero sentire dal forte del Predil tirando contro le nostre posizioni della sella di Nevea. I nostri non risposero, ma le ostilità erano aperte. Nel partire da Pontebba ero preoccupato in modo speciale della sorte dell’altare monumentale che rimaneva esposto alla …civiltà del nostro nemico. Ne avevo parlato nei giorni precedenti a generali ed ufficiali superiori che avevo avuto l’onore di avvicinare. Io non avevo potuto toccarlo per varie ragioni; dove dovevo trasportarlo? Con quali mezzi? E non era sotto la responsabilità della commissione per la conservazione dei monumenti? Fui avvicinato nella vettura che mi portava a C.forte da un capitano d’artiglieria, il quale mi domandò chiarimenti in proposito e mi promise, che si sarebbe occupato per mettere al sicuro il monumento. Infatti l’indomani i soldati d’artiglieria forzata la porta della Chiesa, perché le chiavi le avevo io, riuscirono a caricare l’altare sopra un camion e trasportarlo fino a Dogna. Donde poi fu trasportato al museo di Udine per cura degli incaricati alla conservazione dei monumenti. A Chiusaforte era un grande movimento di carri, di soldati, di cannoni, di munizioni. Il 24 maggio si ebbe notizia che le principali case di Pontebba erano state aperte. Da chi? Mistero! Bisognava staccare completamente il cuore da tutto quello restato nelle nostre case. La nostra diventava roba di tutti, o meglio del primo occupante. Ma il bene privato deve cedere al bene pubblico, perciò non bisogna lamentarsi. Giunse notizia che le nostre truppe avevano occupato Cormons e che s’erano spinte senza trovare certa resistenza, fino a Gorizia e Gradisca. Molti tripudiavano e si ripromettevano in pochi giorni di arrivare a Trieste. So che non mi lascio trasportare dai facili entusiasmi, facevo osservare che gli austriaci ci aspettavano sulle rocce del Carso, che il difficile era snidarli da quelle posizioni: dicevo questo il 25 maggio, purtroppo la resistenza del nemico sul Carso superò anche le mie previsioni. Il 5 giugno il Pievano di Chiusaforte, quello di Dogna ed altri sacerdoti furono avvisati che l’autorità militare voleva che si allontanassero essendo risultati sospetti dalle inchieste fatte per la sicurezza dell’esercito; ed essi partirono senza che fosse loro concesso di giustificare la loro condotta. Io fui incaricato dall’arcivescovo di reggere la parrocchia: ma la mia salute non mi permetteva di occuparmi come sarebbe stato necessario e fu una fortuna per me l’avere un valido aiuto in Don Paolo Faleschini ed in Don Pasquale Michieli, che realmente lavoravano, mentre io dovevo starmene in riposo. I giorni che passavano erano pieni di emozioni: un giorno capitarono otto o dieci persone arrestate per spionaggio, un altro erano alcuni soldati austriaci fatti prigionieri, un giorno passavano i cannoni da 305, un altro era S.M. il Re che andava ad assistere ai primi colpi sparati da Dogna contro il forte di Malborghetto. L’eccitazione poi delle fanterie inventava fatti, scontri, vittorie ecc. che era un affare piuttosto serio a conoscere la verità anche di cose che succedevano da vicino; onde venne proprio in buon punto l’ordine di non raccogliere e di non divulgare notizie provenienti da fonti autorizzate ossia dal comando supremo. La sera del 10 luglio un acquazzone che diluviò per più ore aveva ingrossato il Fella ed inondato l’accampamento di un battaglione di fanteria nella campagna di Chiusaforte; sinchè i poveri soldati tutti inzuppati d’acqua dovettero lasciare le tende e ricoverarsi nell’abitato; ma le case erano già piene e mi fu chiesta la chiave della Chiesa parrocchiale. Feci spostare gli altari e portare il S.S. Sacramento in canonica e la Chiesa fu occupata dai soldati che vi passarono la notte … riparati dalle intemperie. L’indomani era festa e potei avere la chiesa libera alle ore 7. Lascio pensare in che stato si trovava il pavimento tutto insudiciato, i banchi pure e vi si sentiva un odore insopportabile. Feci spalancare finestre e porte e chiamata una squadra di donne in meno di mezz’ora feci pulire in modo che alle otto, per precauzione per la funzione di riconciliazione della chiesa che consideravo profanata e celebrai la messa.”””
Questo diario prosegue poi in Valtellina (Sondalo) dove il pievano andò a curarsi in Sanatorio. Don Silvio Beorchia mori causa della sua malattia (tisi) nel 1917 a Udine..
Diario di Don G.B.M. Boria, cappellano militare del Btg. Gemona
E mentre don Beorchia scriveva questi ricordi, il suo futuro successore don G. B. M. Boria: cappellano militare, veniva destinato al fronte della Val Dogna, ecco la sua testimonianza:
“””Il 28 luglio su proposta del Colonnello Grandi Comandante dell’ 8° Alpini accettavo il posto di Cappellano militare del battaglione Gemona, ringraziando i privilegi della 3a Categoria e partivo per raggiungere il Battaglione in linea nella Val Dogna, ove questi proprio quel giorno vinceva il suo più bel fatto d’arme, la presa del Cianalot (28 luglio 1915).Cappellano MilitareIl fronteRaggiunto il battaglione al rio Bianco il 4 agosto 1915 non lo abbandonai più se non ne fui violentemente separato da esso in prigionia. Vi esercitai tutto il ministero sacerdotale di cui ne ero capace raccogliendo grandi conforti spirituali. Quelli mi sembrano gli anni miei più pieni, in quanto che i miei soldati corrisposero abbondantemente allo zelo del cappellano. Non ho detto mai male dei miei soldati, né ho dubitato mai dell’efficacia del ministero sacerdotale per essi. Le principali branche dell’attività del cappellano nel suo reparto erano: 1) l’assistenza religiosa colla celebrazione della S:Messa e delle altre funzioni per tutti ed ovunque colla predicazione quotidiana, nella Confessione e Comunione portata alla comodità di tutti anche nei posti più pericolosi, col riparare alle negligenze passate, dall’istruzione religiosa, dalla Ia Comunione alla Cresima coll’assistenza ai feriti ed ai moribondi; 2) l’assistenza civile dei soldati (distribuzione indumenti, libri, ufficio notizie, un po’ di scuola a modello serale, ecc.). In trinceaAttesi a tutte queste opere di assistenza spirituale e civile, con tutte le mie forze per vent’otto mesi consecutivi girando di giorno in giorno per le varie compagnie nel 1915, di plotone in plotone nel 1916 e di squadra in squadra nel 1917, a seconda che le vicissitudini e consuetudini belliche vennero a frazionare, a disciplinare, ad immobilizzare quasi i singoli uomini alle quote, alle trincee, alle feritoie singole, senza permettere loro il minimo spostamento. Tenevo la sede presso il Comando di Battaglione a Spadovai, punto quasi frontale della nuova linea frontale presidiata dal Rio Bianco e per le vette dei due Pizzi, Pipar, Mittagskofel, Karnizza, Kopfach, alla Cima verde del Montasio. La linea di fuoco, lungo la quale erano distribuiti per plotoni e squadre le compagnie, distav in media due ore di aspra salita dal fondo valle del Spadovai, né la linea si poteva percorrere tutta intorno in alto, ma per passare dalla posizione di una compagnia alla posizione di un’altra si doveva scendere ai Spadovai per poi risalire d’altra parte. Tutto ciò mi portava grande fatica fisica e grande perditempo. Dapprincipio approfittai della cortesia dei Sigg. Ufficiali di Compagnia che mi offrirono di gran cuore ospitalità nella loro tenda o nei loro rifugi e mi fermavo presso ogni compagnia circa una settimana celebrando e confessando ogni mattina presso i singoli plotoni in linea, discendendo la domenica a celebrare al centro Spadovai e risalendo il lunedì presso un’altra compagnia e così di seguito. Ma nel 1916 questo non mi fu più possibile per le ristrettezze degli alloggi e per ... la raffreddata carità ospitale e salivo e scendevo ogni giorno dal fondo valle alle cime. Partivo digiuno all’alba accompagnato dall’ottimo attendente Alberto Di Giusto da Caporiacco che portava a spalle l’altarino e camminando lo portava subito alle trincee ov’ero sempre “aspettato in festa”, celebravo la S. Messa all’altare preparato con cura dagli stessi soldati, predicavo, visitavo poi tutti ai loro posti e me ritornavo al pomeriggio a Spadovai. Nel tempo pasquale attendevo a confessarli nelle gallerie fino a tardi affinché venissero con loro comodo, ed al mattino seguente ricomparivo loro con le S. Particole contate, portate come il S. Viatico, da Spadovai, li comunicavo e passavo all’altra trincea vicina per celebrare predicare confessare e via di seguito. In questo modo io visitavo tutti i miei soldati nel ciclo di un mese. Durante i tre mesi del più orrido inverno però potevo arrivarci più raramente e per alcuni posti sospesi negli abissi delle nevi del Montasio rimettevo la visita in primavera. Soldati ed ufficiali corrispondevano assistendo sempre e tutti alla S. Messa ed alla predica, confessandosi numerosi, zelando assieme al Cappellano la buona riuscita della sua visita. Era come una gara fra i singoli plotoni ed i piccoli posti di difesa nel preparare l’altare infiorato ed in più luoghi si edificavano vere e proprie cappelette. CappelleUn primo altare di forme addirittura basilicali, col realistico Baldacchino, fu costruito in pietra ben quadrata presso il comando di Spadovai. La prima cappellina fu benedetta al Mittagskofel, la seconda al Pizzo Orientale dedicata a S. Leopoldo, la IIIa tutta in legno con qualche pretesa architettonica e riportante nella facciata le linee del duomo di Gemona, lunga ben 16 metri, fu edificata a Spadovai e benedetta da Mons. Belio Abate di Moggio e delegato del Vescovo da Campo (fu dedicata alla B.V. del Lussari in riparazione della distruzione di quel Santuario. Ma essendo questa troppo grande e troppo scomoda fu requisita come magazzino; ed il Sig. maggiore Del Negri nel 1916 fece costruire un’altra cappellina in cemento che venne solennemente benedetta dal Mons. Antonio Anastasio Rossi, arcivescovo di Udine e dedicata a “Maria Aurora Pacis” il 30 ottobre 1916. Questa venne dotata di apparati e di arredi come una vera chiesa dalle contesse Maria e Elisa De Puppi di Udine con un tabernacolo, una bella pala in rame sbalzato, due campanine, ecc.. Nelle domeniche oltre la S. Messa ci si dava al pomeriggio anche la Benedizione col S.Simo. Affluenza ai SacramentiA conclusione di tutto questo aggiungo che nei mesi di settembre e ottobre 1915 confessai quasi tutti i soldati del battaglione e cioè circa mille uomini. Nella Pasqua del 1916 confessai circa 1200 uomini fra alpini, artiglieri, bersaglieri e fanti distribuiti nel mio fronte; e nella Pasqua 1917 solo circa 800 uomini si confessarono, perché influiva la stanchezza della guerra ed il raffredamento generale del primo fervore.BibliotecaNell’inverno del 1916 acquistai ben 1000 volumi di ammessa lettura per costruire una biblioteca da campo che distribuii in 20 cassette facilmente argomento vario: Religione, Apologetica, Storia, Letteratura romantica, Scienze naturali, e formava una biblioteca completa. Fu un lavoro ben lungo vagliare tutte quelle pagine, foderare di carta forte ogni volume, ordinarli ed elencarli in ogni cassetta. Ma fu un trionfo quando spedii le cassette, una per plotone in trincea! Le cassette avrebbero potuto e dovuto scambiarsi di plotone in plotone perché tutte le cassette erano differenti e pochissimi i volumi ripetuti; ma i soldati a dire il vero non ne approfittarono molto, perché pochi amavano leggere. La biblioteca andò poi dispersa nella ritirata del 1917. Scuola seraleNell’inverno 1917 invece attesi, con passione sempre per ripicca all’ostilità che ebbe per la cosa il Magg. De Negri, ad una specie di scuola serale per i soldati. Se ne iscrissero una ventina e finirono col frequentandola una dozzina; ma la cosa non ebbe altro valore ed efficacia, che quella forse di dimostrare la buona volontà e lo spirito del Sacerdote cattolico, che non trascurava nessuna occasione ed espediente per il bene. A me poi importava assai dare il buon esempio di laboriosità e di mostrare che il Cappellano rendeva al suo posto quanto ogni altro ufficiale soldato al loro.I confratelliPasso a ricordare i miei più cari confratelli che mi furono vicini e compagni di lavoro apostolico: Padre Domenico Orioli, Cappuccino del battaglione Val Fella, Padre Giustino Farbizza del Battaglione Carnia, Padre Adolfo Paletti del 16° Artiglieria d’Assedio, Don Achille Benedetti Cappellano sezione Sanità, don Farinetti del battaglione Mondovì, e tanti altri validissimi confratelli che si edificavano col loro zelo, e la loro pietà, specialmente nei Ritiri Mensili che facevamo di or qua or là nella vallata. I SuperioriRicordo i miei migliori Superiori ed Ufficiali: Colonnello Salvioni, Colonnello de Negri, Col. Sansoni, tutti comandanti del battaglione, Cap. Da Col, Cap. Mazzoli, Cap. Caloria, Tenenti Mansutti, Franchini, Bernardinis, Padovan, Perin ... I Dottori Bestini, Rossi Doria Castaldi, Zanetti. Col Capitano Rossi Doria di Roma ebbi molte discussioni filosofiche religiose e politiche ma ci amammo intensamente come padre e figlio. Con quasi tutti gli ufficiali ebbi sempre i migliori rapporti sebbene a qualcuno sembrassi troppo intransigente e sostenuto perché non accettavo da da nessuno il tu ed esigevo sempre il lei . Ma esso mi sembrava necessario per la mia dignità di sacerdote e per il prestigio di fronte a tutti, Ufficiali e Soldati. Alla visita di Mons. Arcivescovo di Udine al Pian dei Spadovai ebbi la consolazione di fargli amministrare solennemente la S. Cresima davanti a Generali, Colonnelli e Compagnie convenute ben a sette ufficiali ed a cinque soldati. Dal Diario di Don G.B.M. Boria:Fatti d’armeSebbene tutta la vita in trincea possa considerarsi un unico fatto d’arme, perché la vita era sempre in estremo pericolo ed ogni giorno v’erano feriti e morti, tuttavia quattro sono i principali fatti d’arme cui presi parte coi miei soldati: I°) la difesa della Sella Sompdogna che costò tre giorni di aspro combattimento (22/23/24 ottobre 1915) con 22 morti ed un cento feriti dei nostri, 500 (cinquecento) morti e non si sa quanti feriti nemici e la vittoria completa degli italiani. Io attendevo ai feriti nel punto di confluenza di tutte le strade scendenti dai fronti assieme ad un dottore ferrarese di cui mi sfugge il nome (Ferrari?). 2°) La riconquista del Gelbe Wand da noi abbandonato per il rigore della stagione al principio dell’inverno e ripreso il 19 marzo 1916 senza vittime nostre e poche nemiche. 3°) Il disastroso attacco allo Schwarzenberg nei giorni 16/17/18 luglio 1916, che fu conquistato e poi si dovette subito abbandonare e che ci costò circa 100 morti e dispersi e 200 feriti. Io vi partecipai in linea di combattimento assieme ai feriti che rientravano dall’assalto, ma il colonnello non mi permise di raggiungerli dove ardeva il combattimento, sebbene lo pregassi ed insistessi ripetutamente perché molti morivano lì né era possibile trasportarli. Fu l’unica volta che impartii l’assoluzione in massa prima che i soldati balzassero al combattimento fuori trincea. Era il pomeriggio del 16 luglio. 4° La battaglia di Pièlungo durante la ritirata delle truppe italiane il 5e 6 novembre 1917 nella quale si distinse ma ne uscì decimato il battaglione Gemona per incappare nella prigionia. Tragico più di ogni altro combattimento fu l’inverno 1916 – 17 per l’imperversare della neve e le pericolosissime valanghe sotto le quali perirono molti soldati specialmente bersaglieri e fanti i quali non erano avvezzi alla montagna. Accorsi ogni volta che m fu possibile con le squadre salvatrici, per estrarre i viventi e per amministrare i Sacramenti ai moribondi o di breve morti. Mio compagno indivisibile in questi salvataggi fu il Dr. Salvo di Roma. Quattro volte l mia S. Messa fu bersaglio diritto dell’artiglieria nemica. La prima volta nel settembre 1915 mentre celebravo alla fanteria del 4° Rgt., presso la sella Cianalot, vi rimase ferito un fante. La seconda volta al M. Pipar il 1917, aveva appena ripiegato nella cassetta l’altare e gli alpini, circa 70, dopo assistito la messa – durante la quale per sentirmi indisposto provvidenzialmente non mi ero attardato a predicare – s’erano di poco discostati dalla roccia dietro la quale avevo celebrato, che un proiettile da 150 scoppiava proprio nel posto dove io tenevo i piedi celebrando. Se la S. Messa si fosse prolungata di due minuti ben pochi ci saremmo salvati. Evidentemente il nemico aveva osservato il nostro assembramento e ci aveva tirato con precisione sbalorditiva. La terza volta sul Monte Canizza il 1917 s’erano raccolte due intere compagnie di alpini, la 69a e la 636 mitragliatrici, per ascoltare la S. Messa. Il cielo era coperto né il nemico poteva osservarci. Ma esso aveva saputo dai fonogrammi intercettati , l’ora ed il sito della Messa. Ero al Gloria che Schnarpells e granate tastano il terreno intorno e s’avvicinano all’assembramento. Accortomi del pericolo faccio ritirare i soldati in una galleria di salvataggio a circa 100 metri dalla quale potevano vedermi ed ascoltare la messa che io continuai fermo sul posto. Di lì a poco i tiri si avvicinano, le palle di Schnarpells mi fischiano sotto il tavolo dell’altare e tra le gambe, una granata s’interra a 5 metri senza scoppiare. Mi pareva ad ogni istante di sentirmi scorrere il sangue lungo le gambe e di vedermi schiantato con tutto l’altare, ma riuscii a dominarmi sufficientemente per finire la S. Messa e poi raggiungere i soldati nella galleria e far loro la predica. Fu quello il punto più vicino alla morte che toccai in 28 mesi di trincea. Simile a questa fu pure l’ultima Messa che celebrai in Val Dogna, precisamente in Val Bruna sotto la Sella Sompdogna ai bersaglieri il 24 ottobre 1917. Ingresso truppe austroungariche
Nella notte dal 27 al 28 ottobre alle ore 2 il battaglione iniziò la ritirata dal Mittagskofel e deal Montasio sullo Schenone e sul Quel Beretta (il 28) su Dogna Chiusaforte, Resiutta, Carnia (il 29) fungendo da retroguardia. Essendo pratico dei luoghi per le mie peregrinazioni antecedenti riuscii utile in diversi frangenti al comando. Il 29 sera il battaglione, a mala pena scampato dalla cattura, ripiegò sulla riva destra del Tagliamento e precisamente a Verzegnis dove io raggiunsi la famiglia , che persuasi a partire profuga per l’Italia. Partirono infatti la mamma, cinque sorelle ed il fratello minore Graziano il 3 novembre e io li accompagnai alla Sella Chianzutan e poi ritornai in casa col proposito di custodirla fino a quando vi fosse rimasto il battaglione che alle dipendenze del Colonnello Cavarzerani difendeva la costa destre del Tagliamento da Villa di Verzegnis a Davaro. Ma il 4 novembre mattina ricevemmo l’ordine di ritirarci per l’argine e io dovetti abbandonare la casa ad estranei?. A Sella Chianzutan ritrovai la famiglia che non potendo più passare era ritornata indietro e demmo l’ultimo saluto! IL 5 arrivammo a S. Francesco dove il battaglione fu subito mandato contro il nemico che aveva occupato Pielungo.”””
Dopo mesi e mesi di una guerra di posizione, gli effetti dell’offensiva austriaca a Caporetto investirono anche questo fronte. La notte fra il 27 e 28 ottobre 1917, il battaglione Gemona si ritirò dalla Val Dogna e a tappe successive giunse sino a Verzegnis, e da lì sino al luogo della resa: il Monte Pala nei pressi di Clauzetto.
Alle quattro della mattina del 6 novembre ufficiali e soldati furono disarmati e condotti in prigionia. Dopo 11 giorni di marcia forzata sotto le intemperie, patendo fame e freddo, attraversando, Forgaria, Gemona, Udine, Cividale, Tolmino, giunsero al luogo di caricamento su carri ferroviari adibiti al trasporto dei cavalli: era il 15 novembre 1917.
Il viaggio per Kleinmünchen (nei pressi della città austriaca di Linz) fu orribile e durò tre giorni, in questo campo, ove morivano per fame dalle 30 alle 40 persone al giorno, don Boria con altri suoi confratelli Cappellani militari, vi restarono sino al venerdì santo del 1918.
In quella data furono trasferiti a Josefstadt in Boemia. Il 28 ottobre la folla di quella cittadina sfondò i cancelli del campo, mettendo in fuga guardie e relativo comando e portarono i prigionieri in trionfo sino ad un’altra cittadina vicina, per assistere alla cerimonia della proclamazione della Repubblica Ceca.
Finalmente il 28 novembre don Boria partì per l’Italia, il 29 fu al campo di raccolta di Domegliara ed il 30 venne ricoverato con la “spagnola” (che superò felicemente) all’ospedale di Verona. Rimessosi, il 18 dicembre, si presentò al Vicario Generale del Vescovo da campo, che lo assegnò, sempre come Cappellano militare, all’ospedale militare di Milano. Il 15 marzo, su richiesta dell’arcivescovo di Udine, veniva posto in congedo dall’autorità militare.
Il 17 giunto a Udine e si presenta all’arcivescovo che lo ricevete in giardino e tout – court, gli propose di assumere la curia di Pontebba. «Voi siete avvezzo – gli disse – a dormire sotto la tenda ed a combattere in trincea, lassù ora ho bisogno di uno così. Intanto v’andate come Economo Spirituale, poi aprirò il concorso e concorrerete. Siate certo che sarete il solo concorrente!».
Fece alcune difficoltà, non contro la designazione di Pontebba perché questa, gli era già entrata nel cuore, ma per la sua impreparazione, per le strettezze finanziarie del momento, per il timore della solitudine, ma S.E. le considerò difficoltà d’ordine accademico, lo condusse negli uffici della Curia e stese egli stesso il decreto di nomina (17 marzo) raccomandandogli di non tardare a mettersi in comunicazione con l’Abate di Moggio Vicario Franco e di raggiungere la sede.
Diario di un ragazzo pontebbano di Pietratagliata (classe 1899)
CRONISTORIA DELLA VITA di CAPPELLARO Carlo Enrico fu Ambrogio e fu Del Ross Agostina = nato a PONTEBBA il 7 novembre 1899 = residente a PONTEBBA Fraz. Pietratagliata N°44“”Frequentate le prime tre classi elementari a Pietratagliata, seguii il fratello Ladislao a Pontebba per frequentare le elementari sino alla 6°- sino al 1913 - avendo ripetuto la 4° elementare rimanendo poi a casa in aiuto ai genitori.Il 24 maggio 1915 venne dichiarata guerra all'Austria nel mentre queste nazione era impegnata in guerra con la Russia e la Serbia. Era il momento opportuno, secondo i governanti, di togliere all'Austria il territorio di Trieste e il Trentino per rendere redenti quei popoli, siccome eravamo vicino al fronte con l'Austria, ci rifugiammo con la famiglia nella località POCCET dal PINUS lasciando vuota la casa.Il 13 giugno 19I5 scesi, andammo profughi a Chiusaforte anche col bestiame, dove trovammo alloggio in una casa vuota a Casasola e ci sistemammo alla meglio io con i genitori, nel mentre il fratello Ladislao venne chiamato alle armi.Mi ammalai e non in grado di essere di aiuto alla famiglia.Nel 19I6 andai a lavorare come manovale a Raccolana con un’impresa costruzioni di cantieri per teleferiche per il fronte - indi passai a Peceit fraz. di Chiusaforte lungo Val Raccolana -ove mi assegnarono il compito di fornire la spesa per gli operai del cantiere a mezzo di donna col gerla - prelevando la spesa nella sussistenza militare di Chiusaforte. Finito quel lavoro passai con lo stesso impegno nel cantiere posto sulla strada nazionale a Chiusaforte, lato Dogna,- per fornire la spesa agli operai dislocati in montagna: Col Beretta per la costruzione della teleferica diretta al fronte di Val Dogna aiutato da un valtellinese. La strada veniva compiuta a piedi ed il resto delle giornate venivo adibito ad altri lavori nel primo cantiere della montagna.Nel giugno 1917- non avevo ancora 18 anni,venni chiamato alle armi e destinato a Gemona quale coscritto lasciando soli i vecchi genitori.Nell'ottobre 19I7— nel mentre infuriava la guerra su tutto il fronte verso 1'Austria, avviene lo sfondamento del fronte da parte di truppe germaniche con mezzi di gas asfissianti ed il fronte italiano verso CAPORETTO ed in seguito,su tutto quello sull'ISONZO non resiste ed ecco che anche la nostra compagnia dislocata ancora a Gemona viene destinata di rinforzo sulla montagna sopra Gemona non dando neppure il tempo di rifornire del vestiario pesante siccome pioveva da diversi giorni in via continuativa. Lassù ci adattammo alla meglio sotto le tende nel mentre ruggiva il cannone in fondo valle verso l'Isonzo . I nostri soldati non resistettero e avvenne lo sfondamento su tutto il fronte dell'Isonzo. Ordine di ritirata. Si scende a Gemona a cambiare - vestito e passare poi di là del Tagliamento a costruire cavalli di Frisia presso il ponte di Braulins per impedire alla cavalleria tedesca di attraversare il fiume = continua a piovere incessantemente. E' il primo novembre.Il giorno 2 novembre ci incamminando vero Spilimbergo e lungo il percorso mi avvicinai a un soldato che sta va tagliando un pezzo di formaggio sul muretto, era mio cugino Giuseppe Cappellaro (cl .1898) e dette anche a me un pezzo di formaggio; ad a una vecchietta profuga consegnai il mio orologio con preghiera di riconsegnarlo a mia madre qualora l'avesse trovata durante le ritirata - Giunti a Cornino un ufficiale posto sulla strada ci ferma e ci invia verso il ponte della ferrovia con il compito di togliere le piastre laterali ai binari. Eravamo senza viveri; l'indomani mattina dopo aver, consumato una pagnotta in 12, mandammo un compagno per la fornitura di qualcosa da mangiare ma non fece ritorno; ripetemmo l'invio di altro soldato e neppure quello fece ritorno e così il terzo giorno decidemmo di rientrare nella nostra compagnia che neppure si sapeva dove si trovasse, ma arrivati sulla strada. trovammo il nostro comandante che ci rimproverò seriamente come fossimo dei disertori. Infine ci ordinò di ritornare a Braulins ove trovammo altri compagni ed anche da mangiare senza sale ed i] giorno seguente io fui assegnato al Btg. Merecantura (piemontese) indi salita la montagna arrivammo su una malga e la mattina, seguente venne l'ordine di scendere verso il Tagliamento ma quella ideai di tagliare l'avanzata ai tedeschi non venne ritenuta valida e ci incamminammo sulle strada che porta nella Valle di S. Francesco e scendiamo nel paese omonimo ma anche li trovammo le tracce che vi erano stati dei combattimenti e l'indomani i tedeschi già ci aspettavano al varco. Io scesi di corsa da un torrente per evitare il mitragliamento, dopo di che feci ritorno verso il paese sempre percorrendo il fondo del torrente e poi presi a salire la montagna priva di alberi sotto lo scrosciare degli srapnels; superata. la cima della montagna mi sembrò di essere a1 sicuro. L'indomani le truppe germaniche a cavallo già ci aspettavano sulla montagna lato Valle Tremonti ed abbiamo dovuto arrenderci e rimanere prigionieri. Scendemmo nel paese di Tremonti senza provviste di viveri e vidi un ufficiale superiore in piazza che rosicchiava una pannocchia per sfamarsi. Incolonnati e sorvegliati dai germanici ci incamminammo verso Spilimbergo. Lungo il tragitto caddi in una fossa di scolo ed in mio aiuto venne un paesano certo Cappellaro Carlo (Trabul) che mi aiutò e sortire dal buco, nel mentre, incrociammo truppe germaniche a cavallo con artiglierie ed a tarda sera, ormai notte passammo il Tagliamento e fummo ricoverati nelle chiesa di San Daniele e proprio in quelle chiesa ho consumai il 18° anno.L'indomani mattina sempre scortati da germanici, passammo alla caserma degli alpini a Udine poi a Cividale ove passai le notte in un porcile, poi attraverso la montagna fino a S. Lucia di Tolmino ove ci ricoverarono in fienile. Il giorno appresso entrammo in Iugoslavia passando per Piedicolle e scendemmo a Scopie Loca; ultimo viaggio a piedi per poi essere trasportati oltre, col treno sino al campo di concentramento. Continuava a piovere incessantemente e pensai di mettermi a cavallo di un albero vicino ad un ruscello per riposare durante la notte in mancanza di ricovero.In quella situazione non resistetti e mi avvicinai ad un gruppo di case e vidi dei prigionieri che stavano entrando in una legnaia avendo tirato via le tavole dalla parete e poco dopo venne il padrone, sgridandoli li cacciò fuori ed io allora mi sedetti sulla gavetta nella porta di una stalla sino alla mattina, quando vidi preparati molti carri per farci salire. Avevo le gambe che non mi reggevano e dissi ai compagni che se ne andassero poiché io non ero in grado di salire perché febbricitante di freddo, sennonché mi invase tutto il corpo di una ondata di caldo che mi sciolse le membra e salii anche io su un carro.Lungo i] percorso verso la Germania ci fecero scendere per il bagno e finalmente raggiungemmo la stazione di Francoforte sull'Oder e passammo poi al campo di concentramento oltre il fiume, composto di grandi baracche e ci dettero per cena una grande porzione di minestra e finalmente mi persuasi di un trattamento sufficiente per restare in piedi ma la mattina successiva, con nostra grande sorpresa ci dettero una mezza gavetta di brodaccia e nulla di più, con dentro rape e qualche altra verdura tanto da costringerci ad andare in gabinetto continuamente ed in fretta. Alla funzione di interprete misero il caporale AZZOLA Costantino di PONTEBBA e ci consolammo sperando benefici almeno col rancio ma ciò, malgrado le sue insistenze, a nulla valse. La mattina seguente: via all'infermeria per la visita e così di seguito qualora ci fossero dei malati. Il letto era formato da materasso di carta ripieno di trucioli di legno messo trasversalmente per guadagnare posto e la notte per tenerci caldi ci si riuniva una accanto all'altro per stare caldi.Io soffrivo ai piedi doloranti, alle dita le quali presentavano delle escoriazioni perché messi a dura prova durante il viaggio con le scarpe fradice e senza ricambio. Non riuscivo di notte a dormire dal dolore e chiesi visita medica con la speranza di ricovero all'ospedale ma non riuscii a farmi credere e ritornai piangendo dall'infermeria. Ripetei dopo qualche giorno la richiesta di visita medica all'infermeria e final mente mi accontentarono e mi fecero ricoverare all'ospedale formato da un gruppo di grandi baracche dotate di chirurgie. Questo fra Natale e capodanno del 19I7. Mi collocarono in una baracca con panche allineate e con pagliericcio ma con scarso contenuto di modo ché mi é sembrato di trovarmi sul nudo tavolaccio ma comunque in altro ambiente riscaldato dirette da un sottufficiale russo per le eventuali necessarie cure ma queste non esistevano ed alla sera un soldato si presentava chiedendo quello che si voleva: Magnesia- ferro-creosoto ecc.=Alla mattina, non tutti i giorni - passava un maggiore medico italiano e dal retro toccava i nervi del collo e sentire le lagnanze dei prigionieri, ma purtroppo nessun ordine di cura, tanto mezzi non ne esistevano.Una sera. si presentò 1'infermiere russo e mi fece togliere i calzini, alla vista dei miei piedi fece una smorfia e io non compresi il motivo, si trattava di inizio di cancrena poiché le punte dei piedi si presentavano scure, mi fece rimettere i calzini. Dopo cena. si presenta un sergente maggiore degli alpini certo Di Piazza e mi rimproverò seriamente il perché non avevo fatto presente le mie condizioni che inoltre ero talmente dimagrito per l'impossibilità. di dormire tanto mi facevano male i piedi e mi invitò a trasferirmi nella baracca dei feriti posta al di là dello steccato. Dopo cena mi incamminai per la strada con a margine la neve molto alta ed un freddo intenso con ai piedi un paio di scarponi ricavati dal taglio di stivali; entrai in una baracca ove si trovavano altri prigionieri italiani seduti attorno alla stufa e mi fecero sedere ma poco dopo mi trovai e letto poiché il caldo delle stufa mi aveva provocato svenimento e mi guardarono tutti impressionati talmente ero ridotto in misere condizioni,era una baracca di 24 letti, come infermiere c’era un caporale di Pavia, tale Barbieri. Era verso la fine di gennaio I917 - la mattina mi invitò a recarmi in chirurgia posta in una grande baracca a poca distanza. Entrai e mi misi subito vino alla stufa, posta vicino alla porta ingresso, ma poco dopo mi trovai all'esterno seduto su una panca poiché mi era venuto svenimento, cosa che mi capitava anche in seguito. Rientrato mi misero sul tavolaccio e chiedendomi nel contempo a quale reparto appartenevo e contemporaneamente mi cominciarono a togliere diverse unghie ai piedi ed una anche alla mano sinistra dopo di che passai da un infermiere che mi curò i piedi con benzina e strofinato con delle pezze tolte dai pacchi dei prigionieri pervenuti a mezzo della Croce Rossa. Mi fecero molto male poiché fra le dita mancava la pelle e mi dissero di ritornare il giorno appresso. I giorni successivi il calvario si ripeteva allo stesso modo affinché un giorno nel portarmi verso la chirurgia, vidi un ufficiale tedesco con due soldati italiani che portavano addosso dei cappotti di tessuto leggero con fascia gialla; mi fece segno di accostarmi e mi consegnò uno di tali cappotti togliendomi la mantellina ed io rimasi talmente male poiché la mantellina era l'unico indumento che mi teneva caldo che mi sedetti sulla neve piangendo. Mi rialzasi e mi incamminai verso la chirurgia per la solita cura alle dita. Rientrato nella mia baracca dissi al nostro infermiere che io non resistevo più a tale tortura poiché soffrivo troppo nel modo in cui venivo curato e lui cercò di darmi coraggio poiché fra giorni lui stesso avrebbe curato i suoi malati e così avvenne dopo due giorni. Aveva ragione poiché il suo modo di curarmi mi dette l'impressione che potevo resistere. Avevo fatto capire che se non fosse stato migliore rimedio mi avessero lasciato morire ed invece quell'infermiere ebbe tanta cura, che mi procurava la speranza della mia salvezza. Mi fasciava i piedi con della carta velina, che mi procurava un senso di caldo tanto da lenire il dolore e così avvenne per un lungo periodo.Mi tagliarono i capelli e con mia sorpresa vidi che i capelli non tornavano a crescere bensì una lanugine come quella degli uccelli appena nati, io mi guardavo nello specchietto posto a lato della finestra dove vedevo in continuazione dei morti svestiti posti su un banco a lavabo a poca distanza dalla mia baracca ed ogni giorno passavano dinanzi alla mia porta diretti al cimitero, dandomi l'impressione che un giorno anche io avrei fatto la stessa fine.Si avvicinava le buona stagione e mi portavo fuori dalla baracca a prendere un po’ di sole.La buona cura e la primavera mi consolò al punto che verso i primi di marzo mi dettero il via al rientro in compagnia cioè al campo, diretto dall'interprete pontebbano AZZOLA Costantino.Il giorno seguente mi ordinavano di recarmi all'infermeria del campo, presi sulle spalle il pagliericcio e mi incamminai,ma trovai uni dislivello nel terreno e caddi sotto il peso dei pochi chili che pesava il pagliericcio; mi rialzai e arrivai all'infermeria ove si trovavano due medici,uno tedesco ed uno italiano; mi fecero svestire ed alla vista di due macchie in corrispondenza delle scapole ed altre due in basso, ai lati delle reni, mi chiesero come erano state procurate ed io dissi che all'ospedale dovevo dormire in posizione supina dato il mio stato di dimagrimento e col pagliericcio vuoto o soltanto con poco residuo di trucioli. Erano tacche prodotte dello stiramento della pelle che ancora oggi porto nella schiena. Mi fecero delle analisi e fra i due medici intavolarono una discussione che dava rimprovero al modo di trattamento cui io ero stato sottoposto.Il mio stato di salute mi dette l'impressione di rinascere sia per il più abbondante cibo sia per il trattamento, malgrado un giorno, come al solito, passando con la bacchetta per la sveglia,un certo MARINI di S.Daniele del Friuli, addetto alla direzione della baracca, assieme all’interprete AZZOLA, per la sveglia, mi dette un colpo sulla punta dei piedi che mi fece molto male poiché le dita non erano del tutto guarite. L'interprete AZZOLA mi fece comprendere che oltre 5 mesi anche in compagnia, non si sarebbe potuto resistere e mi consigliò di recarmi al lavoro, sia pure leggero ed ecco,che verso i primi di maggio 1918 in compagnia di un alpino del Btg. Dronero già al fronte in Val Resia sul monte Rombon, certo Maschio Giuseppe di Vigliano d'Asti, ci mandò in una fabbrica di corde di ferro a LANDSBERG sull'Oder. Il direttore della fabbrica cui ci siamo recati per le generalità, a sentire la mia età mi disse per tedesco “bist du freiwilich" (volontario)? Io dissi di No. Ci accompagnarono in un caseggiato ove si trovavano già una ventina di prigionieri russi, che lavoravano pure in tale fabbrica. Si dormiva assieme tutti in una stanza sotto la sorveglianza di una guardia zoppa per ferite riportate sul Piave. Il rancio veniva prelevato in una scuola ove veniva servito anche a cittadini tedeschi. Era und gran piatto di minestra buona e sostanziosa e qualche altra cosetta vicino in modo che in breve tempo ci siamo messi in carreggiata con le forze. Alla domenica veniva a trovarmi un medico vecchio che ci aveva preso in simpatia, essendo stato a Genova e gli piaceva fare delle conversazioni, aiutato dalla poca lingua italiana che ricordava. In compenso gli si offriva il caffè coloniale (vero caffè) e ci ringraziava di cuore poiché il caffè lassù si beveva solo fatto con il malto (orzo) si riposava abbastanza bene sia pure in branda alla marinara ed un po’ alla volta siamo risuscitati e ben visti in confronto dei prigionieri russi. E venne il g.4 novembre 19I8 - armistizio e pace. Ci fecero rientrare in compagnia al campo di Franfurt A/O - dove un po’ alla volta vidi rientrare tanti prigionieri italiani dai campi di lavoro (purtroppo non tutti in seguito a morte, fra i quali anche un pontebbano certo MADILE molto più vecchio ed il cui figlio Gino mi chiese notizie ove era stato seppellito ed io risposi che non era in fossa comune mostrandogli la foto del cimitero di Francoforte bensì in fossa. Singola.
Cimitero di Breslavia – oggi in Polonia
In primavera, dal nostro campo di concentramento sono stati prelevati venti prigionieri fra i migliori 15 soldati, 5 caporali e 4 sottufficiali, messi in fila i prigionieri della nostra baracca, i tedeschi li fecero uscire dalle file e fecero rientrare i restanti. L'ufficiale disse loro di prepararsi per trasferimento senza spiegare il motivo. Alla sera partenza a mezzo ferrovia e soltanto dopo aver sorpassato Berlino li avvertirono che erano diretti a SPANDAU (prigioni). Alla mattina seguente un ufficiale disse loro - allineati nel cortile- che il provvedimento era motivato per rappresaglia, in quanto in Italia 5 prigionieri tedeschi erano maltrattati e perciò 5 italiani per ogni tedesco dovevano rimanere lì dentro fino a quando i tedeschi non venivano liberati ed inoltre disse loro che potevano scrivere a qualsiasi autorità italiana le loro condizioni di trattamento ed il motivo cui erano imprigionati e che per loro non veniva praticata la censura e se entro un breve termine non fosse pervenuta assicurazione della liberazione dei loro prigionieri venivano presi nei loro confronti altri provvedimenti più severi. Difatti, passato un mese, anziché due per cella, ne rimase uno solo e fu diminuito il tempo di ricreazione, anche il vitto cominciò a scarseggiare al punto che tale trattamento dava poca probabilità di sopravivenza. Scrissero alle maggiori autorità, senza distinzione, ma purtroppo nessuna risposta e la loro esistenza si tramutò in disperazione, sennonché la data di armistizio indi la pace, anche per loro venne il momento della liberazione e rientro in campo di concentramento, esausti e sfiniti dai patimenti sofferti in prigione, la più severa della Germania, ove erano rinchiusi anche diversi uomini politici e si potevano vedere le loro misere condizioni. Nella prigione, fra i più intellettuali era stata scritta una poesia che cantavano durante il viaggio di ritorno via mare e nella quale risultava il trattamento subito (poesia che io avevo fatto copia in quanto ebbi la fortuna di stare in mezzo a loro nel viaggio di rientro in Italia).La sera de] 4 gennaio 1919, incolonnati ci incamminammo verso il treno posto poco distante dal campo, fuori del quale un ufficiale e due soldati germanici chiedevano i nomi dei prigionieri, cui dovevano consegnare delle buste paga e fra i quali ero anche io, mi consegnarono una busta con dentro 4 marchi e 85 pfenig, questi ultimi tutti di zecca, numerati con la scritta a tergo -stampata- FRANKFURT A/O di modo ché non potevano essere utilizzati fuori dal campo tanto che diversi prigionieri visto ciò, buttarono le buste sulla neve, nel mentre io, li conservai e qualche esemplare lo conservo ancora.Durante questo viaggio di ritorno in Patria, non ebbi la fortuna di avere in compagnia dei miei paesani, perché fatti rientrare per ferrovia.A notte tarda arrivai a STETTINO - porto di mare sul mare Baltico e ci fanno salire sulla nave assieme ad altri prigionieri di altre nazioni. Si trattava di passare la zona minata sul mare e ci fecero portare tutti sulla tolda muniti di salvagente, un soldato fece presente che se qualche mina fosse scoppiata, anche il salvagente non riusciva a tenerci a galla, il nostro ufficiale gli disse di tenere i] salvagente stretto sotto le ascelle per ogni eventualità e la nave infine si mosse col suono della campana al passaggio della zona minata. Passato il Baltico e attraversata la Danimarca entrammo nel mare di Nord sino in NormandiaCi sbarcarono a CAORBURG città della penisola francese della Normandia e ci collocarono in baracche poste sopra il porto da dove si potevano vedere le navi alla fonda. mimetizzate. Alla mattina seguente all'arrivo ci misero in fila per la rivista da parte di un sottufficiale italiano ed i primi tre della fila, casualmente vennero chiamati i nomi di: Cappellano - Capellaro e Capeller, il sottufficiale ritenne una presa in giro ed aprì il braccio in segno di rimprovero ma purtroppo era la verità, il mio vicino era di Alba( Torino) il seguente di Lucca confermato anche da un nostro compagno del campo concentramento.Nel pomeriggio ci fecero salire in treno per l'Italia –finalmente - giunti a Torino il Cappellano scese poiché era arrivato presso il suo paese, il resto del convoglio prosegui sino a Lucca ove sott’ostammo a un breve interrogatorio per sincerarsi che non vi erano dei disertori.Avevo in tasca 300 marchi che il fratello Antonio residente in Romania mi aveva fatto pervenire a Landsberg avendogli fatto pervenire uno scritto per tedesco, la mia situazione - soldi che io avevo fatto cambiare e mi dettero modo di arrangiarmi per quanto avessi bisogno. La sera stessa ci inviarono alla nostra destinazione su un treno merci ed io scesi a BOLOGNA ove avevo i genitori profughi in Via Castiglione 90. Arrivai all'alba che era ancora scuro e mi incamminai alla ricerca dei genitori; era troppo presto e ho creduto non disturbarli ed intanto vidi un bar ove si intravedeva la luce accesa a beneficio dei carrozzieri ed entrai; chiesi un caffè corretto ed in seguito altri ancora in modo che compresi che mi avevano fatto più male che bene perché non abituato al caffè coloniale e poi la correzione ad ogni portata. Alla 7 circa decisi di suonare il campanello della casa di abitazione dei genitori alloggiati proprio lì di fronte e si presentò mia madre tutta sorpresa ed entusiasta nel vedermi ritornato e così pure il padre e i miei parenti con loro abitanti. Mi misero a letto per riposare dopo di che mi spogliai per la pulizia e mia madre alla vista di quei quattro segni nella schiena si mise a piangere dicendo che non potevano essere che il risultato delle bastonate. Gli feci capire che ciò era dovuto al motivo di aver dormito supino sui tavolacci all'ospedale senza contenuto del pagliericcio. Si persuase poco ma poi comprese il mio racconto. I miei 15 giorni di licenza li passai a Bologna recandomi con mio padre a vedere la città raccontandoci a vicenda, quanto era avvenuto durante la mia assenza e loro profuganza. Proseguii - al termine della licenza - su GEMONA, mia sede di Battaglione citrovammo con diversi compagni di sventura. Trascorso un certo periodo a Gemona mi destinarono,assieme ad altri compagni, sulla linea d'armistizio verso la Jugoslavia ed in treno raggiunsi S. Lucia di Tolmino e di là a piedi sino a Tolmino aggregandomi al Battaglione Val Adige, dopo pochi giorni mi mandarono al Comando del 2° Raggruppamento Alpini, con sede in piazza a TOLMINO e il mio collega CEDARO Giuseppe alla fureria del Comando ove rimasi alle dipendenze sino al congedo. I vecchi venivano mandati gradualmente in congedo sicché le mie prestazioni divennero utili al punto di dirigere l'ufficio dei sottufficiali addetti al Comando tanto che mi dettero la nomina di Caporale.Si avvicinava Pasqua 1919 ed il fratello Ladislao mi mandò un vaglia telegrafico di L.60 e l'Ufficio Posta1e mi avvertì che non poteva esser pagato, in quanto non autorizzati a tale sistema di trasmissione e così passai Pasqua andando a visitare i posti dove si erano rifugiati austriaci sul fronte dell'Isonzo, senza neppure presentarmi al pranzo di mezzodì ed i colleghi mi rimproverarono e volevano saperne il motivo, non volevo spiegarmi, al punto che mi fecero dire la ragione: "ero senza un soldo in tasca". Il compagno Cedaro Giuseppe addetto alla fureria. mi consegnò allora. in prestito L.50, al fine che anch’io potessi partecipare al pagamento di qualche spesa fatta assieme ai compagni, ciò bastò per darmi coraggio per stare in loro compagnia.Il comando Raggruppamento comprendeva 6 Btg, di Alpini.= "3 piemontesi e 3 lombardi " . In maggio ci trasferimmo a PIEDI COLLE sito al confine fra Italia e Jugoslavia, nel mentre le truppe alle dipendenze erano dislocate sulla linea armistizio, verso i nuovi confini. Giunto a Piedicolle mi si presentò alla vista un grande crocifisso attaccato all'esterno della chiesa, di fronte alla sede del comando e mi rammentai di avere visto tale figura al passaggio nel novembre1917 prigioniero diretto in Germania. Seppi infine che fra le truppe dislocate in montagna vi era pure mio cugino Giuseppe Cappellaro il quale venne sorpreso da una valangail ché, purtroppo a mio giudizio, fu causa di grave male alle gambe nel 1921 provocandone il decesso . Un giorno vidi passare un soldato di Dogna diretto a Tolmino = certo Emilio Ceccon = per essere adibito alla ricerca dei resti dei soldati morti sulle montagne adiacenti a Tolmino e per riportarne i resti al cimitero, sennonché giunto a Tolmino, venne adibito alle cucina verso le caserme di quel paese e per sostenere le marmitte adoperò dei tubi di ferro, che non appena acceso il fuoco scoppiarono e perse la vita dilaniato dallo scoppio - erano tubi di esplosivo che venivano adoperati per far saltare i reticolati. In autunno rientrammo a Tolmino indi a Caporetto, dove si stabilì il Comando del Raggruppamento nella Villa Moimir, sotto la guida del generale PEZZANA Girolamo seguiti del trasferimento delle nostre truppe nei dintorni di Caporetto: a sinistra dell'Isonzo verso il Monte Nero. Non era finito ancora il calvario e verso il 20 dicembre 1920 venne ordine di trasferirsi verso Fiume e precisamente a CASTUA sopra Abbazia Mattuglie, per provvedere a far sgomberare FIUME, occupata da truppe italiane arbitrariarante con al comando Gabriele D' Annunzio, il quale si era trasferito in tale città con delle truppe volontarie, in prevalenza arditi, dislocati vicino a Monfalcone nel 1919. Si trattava di far sgomberare con la forza la città e pertanto nella periferia della Città di Fiume furono dislocate le nostre truppe.La sera della vigilia di Natale del 1920 mi trovavo in ufficio solo - entra il Generale Pezzana e mi disse: “domani mattina alle ore 3.30 sveglia” ed io comprendendo di ciò che si trattava, gli dissi "Domani Sig. generale é il giorno di Natele” e lui,aprendo le braccia mi disse: “Speriamo non sia vero". Alla. mattina. trovai l'ordine di rimanere al Comando e la sera stessa di Natale 1920 mi avvertì che l'ordine rimaneva per la stessa ora del giorno 26.La mattina del 26 dicembre - a seguito degli ufficiali, scortato da due soldati addetti a1 comando, alla periferia di Fiume - in una scuola - ove venne stabilito il Comando, dopo poco si sentì a crepitare le mitragliatrici ed anche dei colpi di cannone, in quanto le truppe di Fiume ne erano provviste, cominciò la guerra fra le due parti: cioè fra le nostre truppe e quelle di D'Annunzio dislocate entro la città, provocando morti specialmente fra le nostre truppe, che purtroppo pure avendone i mezzi non potevano adoperarli per non provocare la rovina della città e nel mentre le truppe d'Annunziane sparavano dalle finestre delle case poste alla periferia della città. La corazzata Andrea Doria verso le 15 del giorno 29 sparò una cannonata colpendo il palazzo posto sul moli, provocando una squarcio al primo piano del palazzo, nell'intento di colpire il comando di Dannunzio ivi piazzato, ma purtroppo a quell'ora il Comando Dannunziano non si trovava nella sua sede. Il comandante della nave aveva ordine di eliminare l'arbitraria occupazione della città distruggendo il Comando delle truppe irregolari. Nel contempo giunse una telefonata al Generale Pezzana che il Colonnello Gerbino - che comandava il primo gruppo verso il mare, era ferito gravemente da una scheggia di granata. Si rivolse verso lo stato maggiore del nostro Comando comunicando l'avvenuto, indi chiamò al telefono il Comandante della 52° divisione dalla quale si dipendeva - con sede ad Abbazia, dicendo quanto era avvenuto e facendogli presente che avrebbe disposto, con ordine alle nostre truppe, di sospendere il fuoco, difatti tale ordine venne dato ai comandi delle nostre truppe dislocate attorno alle città, con la conseguente cessazione del fuoco fratricida a tal fine di provocare I'armistizio e difatti entro la fine di gennaio avvenne l'evacuazione delle truppe che occupavano la città di Fiume e cessò quindi l'ostilità e anche il nostro comando di Raggruppamento fece ritorno a CASTUA.Durante il periodo che le nostre truppe circondavano la città, i dannunziani permisero alle truppe del Battaglione Vestone di entrare in città, facendo apparire le cessazione delle ostilità indi la resa, ma purtroppo tale fatto era un inganno e le truppe nostre considerate prigioniere, gli ufficiali posti su una nave al molo e maltrattati con gesti osceni attraverso le finestre da parte di colleghi passati dai nostri reparti dislocati in quelle zone di confine prima del nostro intervanto (ai loro). Io non ho avuto modo di visitare la città di Fiume rimanendo liberi di darsi finalmente a divertimenti essendo in periodo di carnevale.Il giorno 21 aprile 1921 mi mandarono in congedo rimpiazzati da soldati della classe 1900 e venni a casa finalmente dopo un periodo di naia di 47 mesi trascorsi sotto le armi.Questi avvenimenti,secondo il mio parere vennero creati da ambizioni politiche nonché da uomini al potere ed anche da uomini soggetti agli ordini del governo cioè militari ai comandi di Grosse unità e furono la causa di nuovo spargimento di sangue fra fratelli dopo due anni dal 4 novembre data dell'armistizio e della dichiarazione della pace.All'atto del congedo neri ebbi modo di salutare il mio generale Pezzana perché si trovava ad Abbazia dal comando Divisione. Lasciai i miei saluti e ringraziamenti. Dopo qualche giorno che mi trovavo a casa mi pervenne una sua lettera di saluto raccomandandomi di avvicinarlo se nella vita privata lo dovessi incontrare e di volermi aiutare di qualunque cosa avessi bisogno nella vita privata e mi chiuse le lettera con queste parole,dopo aver espresso il mio comportamento durante il periodo cui stetti alle sue dipendenze "Non illuderti degli uomini abbia fede in Dio" suo affezz. generale PEZZANA Gerolamo"". Difatti verso il 1938 nel mentre ero in servizio ferroviario - lo cercai ed allora era a capo del Corpo Armata di Alessandria e mi fece pervenire le risposta essendomi rivolto direttamente alla Direzione Generale, mi fece pervenire le risposta dalla quale potei rilevare che ero il primo in graduatoria del Compartimento di Trieste designato per le promozione ed Aiutante (l° grado amministrativo). Lo ringraziai e con dispiacere non ebbi più la fortuna di sapere altre notizie di lui.Durante una mia visita ad amici a Firenze ebbi modo di conoscere un certo Quintilio, il quale mi invitò assieme agli amici Del Corso di recarci in casa sua, sita in Via Bonaini N° 4, per bere un bicchiere del suo possedimento avvertendoci che era molto forte. In un angolo, in un armadio vidi delle ceramiche orientali e mi mostrò qualche esemplare facendomi notare attraverso la luce il fondo dei piatti che mostrava delle giovani vestite in "chimono", dicendoli che durante le sua vita marinara era stato anche in Giappone ma che negli ultimi anni si era piazzato con la sua nave nel golfo del Quarnaro con l'Andrea Doria", difatti osservai una grande foto di un ufficiale di marina con delle grandi strisce bianche nella giacca. Mi face capire che si trovava nel golfo del Quarnaro e che proprio era stato lui il comandante,che aveva ricevuto ordine di sparare alla sede del Comando d'Annunziano nel palazzo posto sul molo di Fiume alle ore 15 del g.29/12/I920 per ordine del Comando Superiore, al fine di eliminare il perdurare dell'arbitraria occupazione della città. Gli feci presente che io ero in possesso di documento (foto) del danno che aveva arrecato, cioè lo squarcio alla parete frontale del palazzo ove era scoppiata le granata, cioè proprio nella stanza dove si trovava la sede del Comando di D’Annunzio, ma è risultato che lui non si trovava, proprio in tle sede in tale occasione. Cercai in un cassone in soffitta ove erano riposte tante scartoffie e potei recuperare solo tre foto di D’Annunnzio, una delle quali regalai al Sig. Quintilio in occasione di altra venuta a Firenze, con grande sua soddisfazione nel mentre sperava di vedere anche quelle della cannonata. Mi fece comprendere che non era lui che aveva sparato bensì il suo marinaio addetto ai cannoni e che la nave doveva trovarsi a 7 Km. di distanza, onde evitare di essere colpito da torpedini auto comandati.””
Diario di Luigi Filaferro classe 1883 — Pontebbano di Pietratagliata
Con fervida preghiera a chi trova questo libro di consegnarlo, se sono scomparso da questa vita a mia moglie. O tu sposa diletta terrai sacre queste pagine in cui sono scritti i dettagli della vita che mi ha portato nella tomba.Annotazioni di guerra20/5/1915 Dogna ai PlansE’ venuta mia moglie, mio dio, che dispiacere,on ho nemmeno potuto parlare con lei, è andata via piangendo, meglio sarebbe che non fosse venuta, pieno il cuore di disperazione e la domanda che mi faccio: ci rivedremo ancora? Poveri i miei cari, povera mia moglie e i miei bambini, che forse resteranno orfani senza conoscere il loro babbo. Abbiamo l’ordine di partire per Somdogna e si parte, due ore di marcia sul far della notte, si arriva sotto la pioggia, si sta in piedi tutta la notte bagnandoci sino alle ossa. 23/5 ore 7.30 il capitano della 97 ci avverte che a mezzanotte comincia la guerra. Ore 8.30 come ad approvare le sue parole il forte di Raibl comincia a tuonare, non si crede 24/5 mattino, sentiamo un rombo poi il fischio terribile del proiettile è il forte di Malborghetto che tira ai piani. Mio dio! che impressione, si rivolge la mente e il cuore ai suoi cari, si cerca di frenare la commozione eppure si trema, i colpi si fanno sentire uno dopo l’altro ma passano lontano da noi, perciò non si ha più timore. 26/5 colpi di fucile e poi più niente, i colpi di cannone si seguono giornalmente ma vanno a destra e sinistra da noi, che ormai siamo abituati. 28/5 è stato ferito il caporalmaggiore poco distante da noi, da un colpo di fucile, che vengono tirati giornalmente da pattuglie nemiche, ci fu una piccola scaramuccia tra una grossa pattuglia nemica ed un plotone della 97, vi sono 2 nemici morti, da noi nessuno, nemmeno feriti vediamo le prime divise austriache.2 giugno ordine di partire, si parte e si viene ai piani, si va a Cuel Taront, 6 ore di marcia, arrivati sul posto comincia a piovere, diamo il cambio alla fanteria, tutta la notte sotto la pioggia. Mio dio! Meglio morire che fare questa vita.5/6 parto in esplorazione da Cuel Taront a Gramuda, nulla di nuovo, visto nessuno, però ci devono aver visto, che verso le 6 ore ci mandano una pioggia di srapnels, non ci fanno nessun male.7/6 un soldato ferito, continua mattina e sera a salutarci con colpi di cannone.8/6 finalmente si sente un colpo di cannone dei nostri, sembra di essere contenti di sentire quel fischio di proiettile amico.13/6 comincia da parte nostra il bombardamento del forte (Malborghetto), dopo 8 – 10 colpi il forte brucerà, lo si sente brontolare, sono le munizioni che scoppiano, ogni giorno si va in pattuglia e non si vede mai niente, però facciamo una vita da cani, sotto la pioggia, freddo e insopportabile peso ad oggi, senza ricevere nuove da mia moglie, quanti pensieri, so che è a Gemona ma non mi scrive; oggi stesso ricevo sue notizie, mi viene da piangere, la sua lettera mi da piacere e disperazione. Poveri i miei bambini, dovere abbandonare la comodità della nostra casa per andare in paesi lontani dove non hanno nulla, che vita mio dio!19/6 si teme un attacco, tutta la notte senza chiudere occhio.Madre mia, madre mia, non ti rimprovero di avermi generato ma meglio sarebbe che fossi morto da bambino che non soffrire ciò che soffro e non soffrirebbe nessuno dei cari poveri figli miei, a che punto siamo ridotti!20/6 ecco un mese di torture, pioggia, dormire peggio che gli animali nelle tane scavate nella terra, coi piedi nel fango, un mese che si può dire di non aver avuto un giorno di riposo, piove come è piovuto tutta la notte, si sembra davvero tante talpe, si è tutti sporchi, da più di un mese che non si ha lavato la biancheria 21/6 finalmente il sole, ci sembra di rivivere, alle 8 e ½ comincia a tuonare il cannone, bombarda il forte di Malborghet, i proiettili passano sopra le nostre teste con il solito fischio rabbioso.26/6 in questi giorni passati, niente di nuovo continuo bombardamento del forte e batterie, quasi ogni giorno piove e freddo.9/7 E’ 15 giorni che sono ammalato, più 4 giorni all’ospedale di Dogna, ma mi hanno rimandato (al reparto), eppure io mi sento male, dolori al petto e una debolezza che non sono capace di stare in piedi. Ora mi hanno cambiato di plotone, mi trovo in Bieliga, non si sta male, ma bsogna avere la salute.17/7 sempre lo stesso ,poco bene di salute, vita monotona, senza scopo, sembra di essere dei veri idioti. Il 18 corr. Ci fu una scaramuccia fra 4 alpini e circa 20 austriaci, sotto il fuoco degli alpini i nemici prendono paura e scappano lasciando un maresciallo morto e un caporale ferito, i quattro alpini ricevono rinforzi e vanno in cerca degli altri e fanno altri 5 prigionieri e altri 4 feriti, come tremavano poveretti, hanno paura e gemono per il dolore delle ferite. Dove è giunta la civiltà umana, a darci la caccia tra uomo e uomo? Non par vero, ma è così.23 ore 2, è scoppiato a 150 metri da noi un 305, mio dio! Che spavento è un miracolo che non ha colpito nessuno, come si sentivano fischiare le schegge! Non si sapeva dove rifugiarsi.27 ore 3 e ½, altra disgrazia, c’è un temporale scoppia il fulmine in mezzo all’accampamento, altro miracolo, che per la pronta cooperazione di coloro che non furono colpiti, si salvarono tutti. Allo scoppio credevo che ci fosse un colpo di cannone, mandavo un soldato della guardia a vedere e ritornava sotto il nostro ricovero con due quasi morti, mio dio che avvilizione ci procurava farli rinvenire e alla fine dopo due o tre ore danno segni di vita e chiamano la loro mamma, dopo una notte fra i gemiti alla mattina stanno meglio, fra questi è pure Zanardelli di Pontebba, ma al 25 stanno meglio. Sembra davvero sia un castigo di Dio, tutti gli elementi sono contro di noi-.3 agosto in questi giorni ci fu un’avanzata ma io non vi presi parte perchè ammalato, è più di un mese che conduco questa vita, vita barbara ed inumana; dormire all’aperto e ammalato, vorrei morire, ma è il pensiero dei miei cari che non me lo permettono. Si è ammalati e mi tengono giù, a che fare? Oggi qui tutto solo, a guardia di poche cose, mio dio, che vita e quando cesserà vorrei scrivere tante cose , ma la mia testa si perde, un dolore di testa che non mi permette nemmeno di guardare; vita barbara ed inumana, quanto soffrire per i capricci altrui.12 agosto non male, adesso sto un po’ meglio, da un po’ di giorni siamo a Cuel Taront, dove eravamo prima, comincia il freddo, specialmente la notte e che cosa si farà questo inverno? Oggi vi fu un piccolo combattimento fra la nostra fanteria e gli austriaci, abbiamo due morti e 3 feriti, vi fu un allarme ma non siamo andati fuori dalle nostre posizioni, continuano ogni giorno a bombardare, ma inutilmente, oggi piove.24/8 il tempo passa e l’inverno s’avvicina, vediamo ormai la neve sul Montasio, fa freddo e siamo ad agosto e che farà in dicembre?26/8 pare impossibile ma gli austriaci vengono atrovarci, oggi alle 4 e ½ fui svegliato dalla vedetta e mi alzai, poco dopo: nuova scarica di fucilate, gli austriaci erano venuti fino a pochi metri dai primi posti della 96 cp (compagnia) e per noi furono 2 feriti, uno gravemente ed uno leggero, poi gli austriaci hanno lasciato lì un morto, di feriti: non si sa, ma si crede ve ne siano, hanno trovato 3 berretti.27 il nostro ferito è morto e lo hanno seppellito qui vicino, poveretto, dove è venuto a lasciare la vita e poveri genitori. 5 settembre 1915 Forcella BiancaOggi la mattina,vento e freddo, verso le 7 comincia a nevicare, entra l’inverno: l’incubo nostro, che faremo noi qui quando saranno 10 gradi sotto zero. Oggi sembra di essere in un deserto, come difatti lo siamo, fra due mura di rocce, dove bisogna stare, nella tana del lupo, sono 5 giorni che mi trovo qui, dove sono con altri soldati e per congiungersi con il campo, dobbiamo attraversare rocce e che sarà di noi il mese di dicembre? Quando fiocca la neve sul serio, quando soffierà il vento terribile del nord, con la bufera di neve ?10/9 Cuel dai PetzOggi nevica di nuovo e fa freddo, sembra sia ormai questo l’inverno.12/9 Oggi in mezzo alla nebbia si presentavano due individui che sventolavano il fazzoletto bianco, ma fatti avanzare sotto i fucili spianati , come tremano, hanno paura e ci gridano: “Mutti, mutti” e difatti vestono la divisa russa, sono prigionieri russi, fatti 6 mesi prima dagli austriaci in Galizia e ora erano a lavorare a fare una strada e sono potuti fuggire, ci domandano pane, come sono contenti di esser fuggiti, sperano di essere mandati ai loro paesi a rivedere i loro cari, sono giovani. 30 ottobre. Oggi parto per Gemona, o Dio che gioia, vado finalmente dopo 4 mesi e ½ a rivedere i miei cari, mi sembra che tutto ciò che ho sofferto sino oggi non sia nulla, che sia tutto passato come un perdono, un ricevuto compenso. Nevica, le strade sono cattive, eppure si va i corsa per poter giungere prima che sia possibile a rivedere che tanto si brama, verso le 4 arrivo a Chiusaforte, incontro tanti paesani che nemmeno mi conoscono, eppure se non li chiamo, loro passerebbero vicino a me senza vedermi.Finalmente arrivo da mia suocera, che resta come pietrificata solo al vedermi, ella piange, sono circondato da molti paesani che sono tutti più afflitti di me. Dopo poco tempo devo ripartire per andare a rivedere ciò che è più caro al mondo, parto sulla sera, arrivo di notte a Gemona, eppure dove trovare mia moglie, mi avvio sulla strada – trovo due vecchi che mi possono indicare dove abita. Trovo la famiglia in una soffitta, uno stanzino come un bugigattolo, là tutti uniti in 6 a dormire ……. che impressione mio Dio, almeno trovo tutti sani ma afflitti, come sono contento di rivedere i miei cari, quanto amo i due bambini, dormono, ma la piccola Maria è sveglia, come mi guarda, ma non ha paura di me, mi bacia e mi accarezza, come sono care per me quelle carezze, come vivrei felice in mezzo a loro, che barbaro destino. Il tempo passa veloce, viene il momento della partenza, Dio, che dolore – eppure bisogna partire – il cuore si spezza e mi rivolgo la terribile domanda: “Ci rivedremo ancora?”. Arrivo a Chiusaforte, là ad attendermi, mio fratello e la famiglia di mia moglie, povere e care persone che soffrono, benché al sicuro dalle intemperie, i disagi dei profughi scalognati, come investiti dalla bufera, sono ridotti da non riconoscersi più.6 ottobre - ed ora eccomi giunto giù al mio piccolo posto, affranto dal dolore e morto di stanchezza - Quando tornerò a rivedere i miei cari? Speriamo!11 ottobre, sono due giorni che fa bel tempo, la neve se n’è andata, pare di rinascere e saremmo contenti se non ci fosse la certezza che neve e bufere ritorneranno, ritorneranno i giorni cattivi e dolorosi, si sente il rombo di vari cannoni, ma lontano. Ieri 2 aeroplani sono passati sopra di noi ed oggi pure ne passa uno rivolto verso Pontebba. Il giorno passa – si può dire presto – sono subito cinque mesi che si dorme sul terreno, si è sofferto di tutto, eppure di ciò che è passato si tiene che un ricordo e l’avvenire? Il freddo che verrà qui, la neve, mio Dio! Io che sono nato fra queste montagne e ne ho fatta esperienza...... che ne sarò di noi? Eppure coraggio! Mi sembra più bella la vita adesso che ho rivisto i miei cari e nella speranza di rivederli ancora, vivo quasi felice.12 ottobre, da questa mattina ci tirano col cannone di piccolo calibro ed alle 11 e ½ ci arrivano i colpi di calibro grosso, i sassi passano sopra le nostre teste ma non ci colpiscono, possiamo dire siamo fortunati, non capisco perché ci tirano con i cannoni grossi; dapprima credevo volessero tirare ai piani perchè la prima era lunga, ma le altre due sono arrivate dietro la nostra trincea.18 ottobre, abbiamo l’allarme di mattina, si parte per andare di rinforzo, siccome si era al lavoro, arriviamo sul posto e la nostra batteria da montagna fa un fuoco indiavolato, sparano anche i fucili, verso le nove ecco i primi feriti da palle di srarpnels, dio, che fuoco infernale, scoppiano sopra le nostre teste a decine, colpi di cannone di ogni calibro, ma dove sono io non si ha timore perché si è bene al coperto, così passo tutto il giorno, verso sera c’è una brutta novità, un colpo dei nostri 280 è scoppiato fra i nostri, ci sono 3 morti e due feriti, mio dio, che avvilimento!18 sera. Si deve dare il cambio al I° plotone e tocca a noi ed io con la mia squadra vado di piccolo posto a Gramuda, tutta la notte si veglia, alla mattina comincia l’inferno, i colpi passano sulle nostre teste, mio dio come andrà a finire oggi?19, è mezzogiorno, nulla si è mangiato e l’inferno continua ma fino ad ora siamo salvi ed è un miracolo che i colpi vengono così vicino a noi che ci coprono di terra, le palline di srapnels cadono come tempesta.Moggio 4/2 1916Ospedaletto da campo – sono passati due mesi e mezzo da che scrissi l’ultima pagina, due mesi e mezzo di martirio e di dolori insopportabili, ma finalmente non soffro più tanto ed ora racconterò ciò che mi è successo:19 ottobre 1915, come dissi più sopra, si sa dove mi trovavo. Verso le 2 e ½ fui colpito da un bossolo si srapnels da 75 alla gamba destra, cioè alla metà di essa fra il ginocchio e il piede, una ferita terribile. Una ferita che mette paura. Ero seduto con le gambe di fuori verso la trincea e di traverso fui colpito da un bossolo e rimasi lì come istupidito vedendo lo squarcio fatto alla mia gamba e le cannonate continuavano a scoppiare sempre continue e sempre terribili, ecco un’altro soldato ferito, gli sono state asportate via del tutto due dita. Dunque io, dopo esser ferito ho dovuto adagiarmi alla meglio in trincea e li attendere che terminasse il bombardamento, non soffrivo ma pensavo alle conseguenze della mia ferita ed avevo paura che mi tagliassero la gamba. Come passa terribilmente il tempo , finalmente il cannone tace ed arrivano i porta feriti, come fare? Con la barella non si può perchè non si passa, portarmi sulle spalle tanto meno, il camminamento è coperto e si passa a c arponi. O Dio, come fare? Alla fine comprendo l’assurda situazione, o andare via o restare là, ho dovuto farmi coraggio ed a carponi con le ginocchia e con le mani, passano i miei compagni ed intuiscono, vi sono quelli che piangono e passano silenziosi. Lentamente vado su, uno mi regge per dietro la gamba ferita . Oh Dio, che soffrire, si sentivano le ossa scricchiolare, ho persino bramata la morte, eppure dopo stenti e fatiche sono arrivato in cima. Sono state due ore di martirio che non augurerei a nessuno, quante volte mi sono gettato a terra e non ne potevo più, i compagni mi davano coraggio, ma sono arrivato in cima esausto di forze con i piedi e mani gelati, non sentivo più niente e ancora pochi passi e sono alla barella, ogni mio conforto sta che io possa arrivare vicino alla barella e trovare i quattro compagni che mi portino.Dal cuel dai Petz c’è la barella e lentamente ci avviamo al posto dov’è l’accampamento della compagnia, si deve andare piano perchè è notte ed a ogni piccola scossa mi fa male, finalmente alle 11 di notte si arriva nella baracca degli ufficiali, lì c’è il dottore e mi medicano, dio che dolore, ma non ne sento ancora tanto, sono sfinito, non ne posso più, mi fanno delle punture che nemmeno sento, poi non vedo darmi più niente, vanno a dormire, ma io non posso dormire sebbene che non abbia dormito la notte prima. Dopo due ore non ne posso più e chiamo il dottore e mi fanno la puntura di morfina, mi addormento per due ore e poi mi sveglio con dolori insopportabili, poco tempo dopo si alza il mio amico Roseano e va in cucina per farmi avere un po’ di caffè, ma io soffro e nessuno può aiutarmi, lì solamente verso le 7 di mattina parto, gli amici mi salutano e piangono. Dopo interminabili giri a vuoto si arriva a Chioutzuquin ed è qui che provo ciò che ancora non ho provato alla (durante) medicazione. Oh mio Dio, che dolori, non vale gridare e chiedere pietà! I dottori sanno il loro fatto però mi assicurano che salvo complicazioni, non mi viene tagliata la gamba però con un calvario che sarà lungo e doloroso. Dopo la medicazione mi danno un po’ da mangiare, dopo un ora si parte in barella fino al basso e poi in automobile fino a Dogna. Il 49° ospedaletto da campo che si trova colà, è pieno di feriti che gemono e dolorano; alla mia destra c’è un soldato della mia compagnia, ferito al ventre, non è capace nemmeno di parlare, la sua morte non è lontana, difatti alla mattina è morto, così come un animale. La .... vengo medicato,ma non soffro tanto e alla sera del 21 si parte da Dogna verso destinazione ignota. A Dogna fu mio cognato Antonio a trovarmi, com’è afflitto, quasi più di me. Si parte in automobile con sbalzi che mi fanno soffrire molto, si arriva a Moggio verso le 8 e ½ di sera e qui che continuerà il calvario di mesi e mesi.29 ottobre arriva mia moglie. Oh! Quale commozione nel vedere la mia cara sposa, trattengo a stento le lacrime ma faccio forza su me stesso.ma leggo nei suoi occhi le lacrime a stento trattenute, eppure dopo averla vista mi sembra una consolazione sia scesa nel mio cuore ed ella continuerà a venire a trovarmi, sarà per me una consolazione e conforto. Alla medicazione devo sopportare dolori atroci, mi sembra di morire, poi non posso chiudere occhio tutta la notte e per 10 giorni sempre così, dover stare immobile con la gamba gessata è una vita di sofferenze insopportabili, tanti amici vengono a trovarmi, come mi sembra caro vedere così tanti amici, sono stati a trovarmi, ancora in pricipio, pure mio fratello e mio cognato, ho visto pure i bambini, poveri bimbi che forse dovranno soffrire, forse non sarò più capace di guadagnarmi il loro pane, ma iddio ci aiuterà e non moriremo di fame.15 novembre, mi sento un po’ meglio, ma sempre immobile, i letto e così passa di giorno in giorno questa vita in questa casa di dolore, aspetto anelante il giorno in cui spero venga la mia sposa, un suo sguardo mi incoraggia mi da forza nel soffrire e un po’ di speranza nell’avvenire che di certo per noi non sarà più fortunata e felice come prima, ma la gioia di vivere insieme ed in unione coi nostri bimbi, mi scarica la malinconia che a volte mi invade il cuore. Saremo poveri nel nostro paese tutto distrutto, ma iddio provvederà anche per noi poveri, soli, che per l’altrui malvagità ci getta nella miseria. I giorni passano lenti e dolorosi nell’immobilità in cui devo stare, le notti passate insonni senza poter chiudere occhio e soffrire terribilmente.26/11/915, dopo un mese non mi sento più tanti dolori, ma mi sento debole, la notte posso dormire qualche cosa ed i giorni passano più tranquilli, ma come sarà il mio avvenire? Ricevo sempre visite da mia moglie, mi da tanto conforto a vederla che dimentico i dolori sofferti ed ho più speranza nell’avvenire, mi sembra che non mi sia mai stata così cara come in questi giorni dolorosi, eppure l’amavo anche prima, ora mi sembra di amarla di più, in questi giorni di terribile angoscia. I giorni passano lentamente ma migliorando, fintanto che sono giunto ad oggi che sto meglio, ma il piede non posso muoverlo e c’è sempre il timore che non possa più nemmeno camminare bene, ma iddio provvederà pure per me. La ferita si restringe sempre di più, ma sino ad oggi non ho provato a camminare il che mi da desiderio di provare a camminare ed il timore di poggiare il mio povero piede a terra; ho provato l’altro giorno ma tremavo a poggiarlo a terra. Quanto tempo passerà ancora prima di muoversi di qua? Non so fare un’ipotesi ma spero che fra qualche mese possa uscire da questa casa di dolore.9/5/916, oggi abbiamo avuto la visita di S. ecc. il Re ed il conte di Torino che ci ha rivolto a tutti quanti la parola, interessandosi dello stato di salute e della qualità di malattia, a me ha chiesto se potevo camminare e domandò ai dottori se guarirò per bene. Il Re ha 47 anni, ma sembra molto più vecchio, però la sua parola è molto dolce .13/5/916, oggi ho provato a camminare, dio che felice, con due compagni che mi sorreggevano eppure le mie gambe tenermi in piedi, sono andato alla finestra per vedere un poco l’esterno sono rimasto lì per due ore e mezza, il piede si era molto gonfiato ma dolori non ne ho provati, solo il collo del piede non si poteva far muovere a causa del gonfiore, ma speriamo che col tempo passi bene, la ferita va bene, si restringe sempre di più, dolori non ne sento e così passano i giorni, le settimane e i mesi, ma terminerà pure questo martirio e potrò andare a vivere tra i miei cari. Qua fa freddo e fuoco alla stufa ne fanno poco, ma la vita passa col tempo e ciò che passa non tornerà più ed è questo che io spero.22/6, oggi comincio a camminare da solo col dottore, ma quando mai potrò camminare come prima, se ciò sarà possibile? Forse fra un mese potrò uscire di qua, sono stati ieri tre mesi che mi trovo in questo ospedale ma ancora stento a camminare, sempre lo stesso piede, paralizzato.23, ieri venne mia moglie a trovarmi, poveretta come sempre afflitta, tratteneva a stento le lacrime, potremo essere ancora felici come prima? Mio dio che sarà di noi. Che sarà di noi se la guerra non si ferma ancora? Arriverà tempo che si dovrà patire la fame.3/7 il tempo passa ed io comincio a camminare per l’ospedale con meno fatica e sento che ogni giorno va meglio, ma stento sempre a fare il passo, sembra che la gamba non voglia piegarsi alla mia volontà, però spero che potrò camminare bene e questo pensiero mi fa sembrare meno noiosi i giorni dell’ospedale. Oh guerra, quando avrai tu una fine? Quante mani si tendono verso l’onnipotente per implorare aiuto, per implorare il termine di simile flagello e strage? Quanta povera gioventù viene immolata sui campi di battaglia, quanti sono giornalmente i morti, i mutilati e i feriti in ogni maniera? Chi muore ha terminato di soffrire, egli termina tutto, lascia il suo essere e ritorna nel nulla, ma poveri coloro che rimangono mutilati, cioè per tutta la vita tireranno innanzi nel loro terribile fardello, la loro disgrazia, forse nella più squallida miseria. Poveri genitori che dopo tanti e tanti stenti e dolore vedere il proprio figlio ridotto all’impotenza, senza nessun utile né profitto, povere spose che vedono partire oggi il loro caro, forse domani è un freddo cadavere e poche ore prima era partito da casa pieno di forza, coraggio e speranza. Poveri orfanelli che non vedrete più il vostro genitore, non avrete più i suoi baci ed il suo sostegno e molti anzi moltissimi non ne rammenteranno nemmeno il viso, non ricorderanno di aver avuto il padre ed ecco la più terribile delle conseguenze, questi bimbi cresceranno soli, senza la guida del genitore e forse un giorno si troveranno a mal partito e malediranno chi li ha generati e che non è causa dei loro guai, se fosse vissuto avrebbe fatto il suo dovere. E quanti casi simili, si potrebbe dire che nel loro complesso siano tutte sacrosante verità, la guerra, la guerra! Fortunati quei popoli che terranno lontano da loro si terribile flagello e sapranno imporre la loro volontà a chi li governa e faranno comprendere loro che la guerra non la vogliamo. Prima che i paesi d’Europa ritornino come prima ci vorranno degli anni e forse dei secoli. E ora ecco la vantata civiltà europea che tanto vanta ogni nazione, la civiltà, l’uomo in guerra diventa feroce, più qualunque animale, perchè gli animali della stessa stirpe e razza non si sgozzano tra loro, ma gli uomini si e come fanno? Si danno la caccia come le bestie feroci ed appena si vede l’avversario: giù, si tenta di colpire e più preciso che si possa, dov’è l’amore per il prossimo predicato da Gesù Cristo e dalla chiesa? Ma in questi giorni oltraggiano la santa religione ed i comandamenti di dio, persino i suoi ministri stessi e tutti hanno dimenticato i V° comandamento “non ammazzare”, ma oggi è tutto lecito, ammazzare, violare domicili, rubare impunemente nelle case e nelle chiese, oltraggiare le donne, corrompere la gioventù prima ancora che ne conosca il male, approfittarsi di tutto ciò che si avvicina alla mano non badando a nulla e a nessuno. Ecco la retrovia della guerra, eccola la civiltà del secolo 20°. Nulla di più feroce è al mondo come la guerra, essa corrompe al male l’animo più umile in tempi normali che non farebbe male ad una mosca, in guerra uccide un suo simile senza pensarci sopra, qui nei nostri paesi tutto è corrotto, donne che prima non erano così, ora si abbandonano al vizio e forse il ma ritto è al fronte e loro si divertono con gli altri e forse mentre si divertono, il loro sposo si trova ferito e invoca pietà, chiama la sua mamma, la sua sposa ed ella si trova fra e braccia di un altro, triste fase del nostro destino! Quanti ne muoiono abbandonati da tutti i loro compagni, non possono soccorrerli e sono lì nel freddo e nella neve, sente sfuggirsi la vita, si sentono morire lentamente e chiamano aiuto e nessuno risponde. Oh destino, destino sei ben crudele! Il ricordo ed il terrore di questa guerra durerà per secoli interi e forse servirà d’esempio per l’avvenire e terrore ai posteri.8 febbraio 1916, oggi finalmente sono disceso sino abbasso, dopo tre mesi e mezzo che sono qui sono riuscito finalmente a scendere le scale che salii portato mezzo morto. Quanti dolori sofferti in questo frattempo e la noia di dover stare sempre a letto, fatica non ne faccio molta ma per la prima volta avevo timore come un bambino quando comincia a fare i primi passi, com’è bello essere al di fuori ove mi pareva di respirare l’aria a pieni polmoni e di non essere mai sazio, eppure quando mai potrò io salire le scale come prima che le facevo in due salti, il mio dubbio è triste e cioè: non ho speranza di camminare come prima. Che posso fare? E’ meglio così che peggio e se come avevo timore in principio che mi amputassero la gamba, non era peggio? E se fossi morto? Oh dio, quanti pensieri passano mai per la mia testa, non è che un rimpianto, ed è un rimpianto del passato quando si viveva tanto bene e felici. Per noi tutto è terminato, ci si aspetta un futuro di miseria, di tribolazioni, dopo aver tanto lavorato e logorato a forza di lavorare, la mia gioventù. Coi risparmi e con la fatica avevamo messo tutto a posto, ora è tutto distrutto, la casa poco meno che distrutta e poi bisogna aspettare la fine quando forse non resterà pietra su pietra, che faremo dopo? Triste domanda ad un triste destino, io povero invalido che farò? Eppure il cuore mi dice che potrò vivere ancora e che potrò essere la guida dei miei poveri bambini, poco o troppo potrò lavorare e la vita non sarà poi tanto cattiva. Ecco ciò che spero ma chissà quando terminerà questo immane flagello. Che strazio, il cuore d’Europa, l’Europa che si vantava di esser la culla delle civiltà, che andava a gravare altri popoli con la scusa della civiltà, ora è un baratro di barbarie immani. Che il nostro mondo non dimentichi. Anche cent’anni fa in Europa era sempre lo stesso, ma non così, non era così vasto l’incendio e non quella forza. Ad esempio: Napoleone I° andò in Russia con 600.000 uomini e credeva di avere un grosso esercito ed oggi che un esercito simile non rappresenta nulla e che ci sono milioni e milioni di combattenti e milioni di vittime? La storia registrerà il nefando delitto di coloro che ressero le sorti d’Europa nel ventesimo secolo. A quando la fine? 19/2, ecco che sono quattro mesi dacché fui ferito, come passa il tempo, sembra si lungo, eppure sono passati quattro mesi e non mi sono neppure accorto, ora cammino, meno male, zoppicando e così resterò tutta la vita. Se non fosse per mia moglie e per i miei figli sarebbe stato meglio che fossi morto. Se non fossi certo che per questo, l’amore della mia cara non verrà a meno, vorrei morire prima di sapere che lei non mi ama più. 1/3, i mesi passano uno dopo l’altro il tempo passa ed io sono sempre qui, quante illusioni, credevo che nel mese di gennaio potessi camminare e uscire dall’ospedale ed invece è passato febbraio ed è giunto anche marzo, ma ora, fra pochi giorni andrò via di qui, ora posso camminare anche senza bastone, ma sempre come prima il piede non posso muoverlo e così resterò finchè ho vita, con un terribile ricordo. Spero fra qualche settimana di andare a vivere fra i miei cari.8/3, i giorni passano noiosi uno dopo l’altro, adesso che sono guarito mi sembrano ancora più noiosi di prima, la ferita è completamente rimarginata, cammino bene, come sempre, resterò zoppo. Si doveva partire ma forse resterò qui ancora una settimana e forse più, ma che vale? Non è più questione di giorni o di settimane, non penso che a ritornare alla mia famiglia ed al mio paese e là vivere come potrò nella felicità della famiglia.Gemona, 12/4/916 Volete conoscere la miseria della guerra? Girate gli ospedali e vedrete la povera gioventù mutilata, storpiata e sfregiata in ogni modo. Nulla di più orrendo ha potuto creare l’uomo, nulla di più può bastare. Povera gioventù che te ne vai, povera vita appena vissuta e non compresa, tutto è finito, non che miseria e disperazione. “”
Dopo aver letto la cronaca e i diari dei parroci e dei militari, segue ora una testimonianza molto importante, quella di un quindicenne rimasto al di qua del Piave, sotto l’occupazione austriaca. I diari dei civili sono piuttosto rari, in questa memoria c’è la fotografia della loro vita, dei loro sacrifici, del loro dolore e della loro enorme forza di volontà.
Memorie di Di Marco Giacomo classe 1900 — un ragazzo di Pietratagliata
LE CONDIZIONI DI PROFUGO IN FRIULI ALLA VIGILIA DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE, E LE MIE AVVENTURE Infanzia e giovinezza - 1914 -“”Con l’assassinio del Principe Ereditario al trono dell’Impero austriaco, scoppiarono delle ostilità tra l’Austria e la Serbia. Tutto lasciava capire un futuro incerto anche per l’Italia. L’80 per cento dei nostri operai della regione veneta emigravano in Germania, Austria, Ungheria e Romania; per circa un 30 per cento come boscaioli, il resto come muratori. Da un momento all’altro, Germania ed Austria chiusero le frontiere alla nostra emigrazione, rallentando in modo forte anche gli scambi commerciali; tutto ciò a causa della situazione poco chiara del nostro governo che non voleva pronunciarsi sul futuro. La chiusura delle frontiere causò una grande disoccupazione; anche la situazione economica in conseguenza si faceva precaria, tenuto conto che gran parte della popolazione della nostra zona viveva con i guadagni degli emigranti. Ricordo che per far fronte a questa situazione, parte dei nostri boscaioli trovarono lavoro in Carnia, esattamente a Forni Avoltri, La Mauria e Sappada. Tra l’altro, incominciarono manifestazioni irredentiste per Trento e Trieste, manifestazioni nelle scuole superiori, dimostrazioni di piazza contro l’Austria Fin dalle scuole elementari ci insegnavano, con i libri di storia, che l’austriaco era stato il nostro dominatore; anche gli scolari delle elementari erano a conoscenza difatti come i Carbonari, i fratelli Bandiera, Silvio Pellico, le Cinque Giornate di Milano, Mantova e Custoza. Come potremo vedere più avanti, Dio mette al mondo delle persone buone, coscienti, laboriose e responsabili delle loro azioni, consce che siamo esseri uguali anche se di colore o di nazionalità differenti. Purtroppo fra i tanti, ci sono anche quelli dei quali la storia ha dovuto occuparsi molto per i fatti di sangue contro popoli da loro considerati più arretrati e più deboli. La storia ci insegna che per queste persone (chiamiamoli dittatori - conquistatori - liberatori o come vogliamo); il titolo appropriato è Criminali. Sapendo che Dio ci ha dato il lume della ragione e il dono della parola, ciò potrebbe bastare per risolvere qualunque problema. Io, in vita mia ho bastonato una sola persona (un indigeno in Africa), ma si trattava di salvare un suo simile che già non aveva più la forza di difendersi. Io non potevo-farmi capire nella sua lingua, di conseguenza, anche per mia difesa ho dovuto dargli una bastonata in testa. Anche gli animali lottano fra loro, ma non si uccidono mai fra la stessa specie. Come mai noi questo non lo abbiamo ancora imparato? Il proverbio dice: "Contro la forza ragion non vale"; di conseguenza, contro questa forza bisogna contrapporre altra forza per difendersi e sopravvivere. Torniamo al 1914, perché nello stesso anno entrò in guerra anche la Germania contro la Serbia e con questa intervennero l’Inghilterra, la Francia e il Belgio contro la Germania e l’Austria. Pochi mesi bastarono alla Germania per occupare il Belgio e mezza Francia. In questo frattempo, anche l’Italia fu costretta a prendere una decisione, violando il suo patto di alleanza con l’Austria e schierandosi con i Franco-Inglesi contro i Tedeschi. Verso i primi giorni del maggio 1915 arrivarono i primi nostri soldati. Mi trovavo in un prato di fronte alla strada nazionale quando vidi venire una compagnia di militari, che probabilmente erano venuti in treno fino a Chiusaforte e poi a piedi, per prendere posizione sulla nostra frontiera. Curioso come tutti i bambini, mi recai di corsa sulla strada nazionale ed arrivai da loro esattamente al passaggio a livello di fronte a Pietratagliata. Era una Compagnia del 1ͦ Alpini, Battaglione "Mondovì", guidati da un tenente e da un sottotenente. Erano molto giovani, già presentivano la guerra, ed imprecavano contro i nostri ministri Salandra e Somnino Contro l’uno perché non aveva la forza di opporsi all’altro. La Compagnia fece un riposo sul viadotto Rio Suàlt, cioè tra il passaggio a livello ed il sottopassaggio della nazionale con la ferrovia. Proprio in vicinanza al sottopassaggio si staccavano due sentieri di montagna: uno che va al monte Slenza ed uno che va al monte Pocét, attraversando il fiume Fella. Io avevo fatto solo la quarta elementare, ma rimasi meravigliato che i due giovani ufficiali discutessero tra loro su quale sentiero prendere. Carta geografica alla mano non riuscirono a mettersi d’accordo, e chiesero a me quale era il monte Pocét. Oltre a saperlo per pratica, non avevo sprecato il tempo a scuola, per sapere che, per trovare le posizioni di destra e di sinistra, si segue il corso dei fiumi. Per la verità rimasi meravigliato perché loro non sapevano questo. Intanto erano arrivati altri miei compagni e tra noi parlavamo in- dialetto; i soldati ci ascoltavano sorpresi perché non capivano nulla. Uno disse all’altro: parlare "tudesco". Passò un’altra settimana senza altre novità; a quei tempi, le persone che leggevano i giornali si contavano sulle dita. Davano uno sguardo al "Giornale del Friuli", a l’ “Amico Del Contadino" o la "Vita Cattolica", il settimanale “La Domenica del Corriere" ed “Il Corriere dei Piccoli.” A Pietratagliata, solo tre famiglie li comperavano. Si viveva alla buona, ogni famiglia pensava e si dedicava anche a sacrifici, procurandosi solo lo stretto necessario. Per la verità, considerato il poco movimento di truppa, tutti speravano che Dio tenesse lontana la guerra. Il nostro esercito aveva sotto le armi sei classi: dal 1890 al 1895. Le più anziane già avevano fatto la guerra della Libia, per conquistare all’Italia una grande superficie di deserto e poche centinaia di arabi poltroni e analfabeti. C’era solo la speranza di fare emigrare colà parte della nostra mano d’opera, esuberante sul suolo patrio. Dio solo può sapere quante furono le preghiere di tante madri, affinché tenesse lontano il flagello della guerra. Purtroppo, un terribile disastro incombeva su popoli e nazioni. Il 22 maggio 1915, al mattino, dalla stazione di Pontebba partì un treno merci con gli uomini al di sopra dei 18 anni. Nel pomeriggio partì un altro treno sempre con vagoni merci, e con il resto della popolazione. A Pontebba non restò nessuno. Così fu per Pietratagliata, dove il treno si fermò al passaggio a livello e raccolse gli abitanti della frazione, circa 400 persone. Avevano dovuto abbandonare tutto, salvo qualche vestito raccolto in casa alla rinfusa. Restava il problema di come salvare il bestiame; solo la nostra frazione (Pietratagliata) aveva più di 200 mucche, oltre a capre, pecore, maiali, galline e conigli che, se abbandonate, sarebbero, andate perdute; di conseguenza ogni famiglia dovette occuparsi di salvare il suo bestiame. Della mia famiglia rimasi io, e per la famiglia di un mio zio che si chiamava Marco, restò mio cugino Domenico. Sul far della sera vedemmo venire il branco del bestiame degli abitanti della frazione dei Piani e da Pontebba. Quello delle frazioni di Studena e Aupa fu evacuato verso Moggio, per il Passo Cereschiattis. La mia famiglia aveva tre mucche più una capra; mio zio altrettanto. Quelle della frazione Piani erano circa cinquanta, condotte da sette-otto persone. Fortuna volle che ancora non vi fosse movimento di truppa e la strada nazionale quasi libera; l’ordine era di evacuare solo Pontebba e frazioni, perciò alcune famiglie si fermarono a Dogna, altre a Chiusaforte e Resiutta. A Moggio rimasero molte famiglie di Studena Alta, Bassa ed Aupa. Buona parte arrivò sino a Gemona. Anche la mia famiglia fu ospitata a Gemona, nella casa di campagna di una signora oriunda della nostra frazione e parente di una mia zia. Nella prima settimana alloggiarono in 4 stanze più cucina, 5 famiglie (circa 30 persone), poi, come Dio volle, restarono solo tre famiglie. Il compito assegnatomi era di guidare il bestiame fino a Gemona. Partimmo sul fare della sera, verso le 16, con passo moderato per non stancare le bestie, ma ci fermammo solo a Moggio che dista da Pietratagliata circa 20 chilometri. Qui, al fianco della nazionale, si trova uno spiazzo ampio, adiacente ad una cascata d’acqua; lo spiazzo era sufficiente per tenere le bestie raggruppate e fuori strada. Tutti, del resto, avevamo bisogno di riposare. Verso l’alba ripartimmo ed arrivammo alla stazione per La Carnia che già faceva giorno. La capra, camminando sul fondo stradale di sabbia e ghiaia, aveva consumato, le unghie tanto che aveva difficoltà a proseguire. Attraversando un passaggio a livello, la donna che faceva da guardia notò la povera bestia che belava dal dolore ad ogni passo. Chiamò suo marito e vennero ad informarsi se volevo vendere loro l’animale. In principio fui titubante, per paura che i miei genitori mi sgridassero e non accettai ma essi pero mi seguirono per un chilometro raddoppiando l’offerta, tanto che finii per cedere. Mi dispiaceva staccarmi da un animale cui ero affezionato, che dava tre litri di latte al giorno e che avevamo avuto in regalo da un nostro parente dimorante in Austria. Verso la sera dello stesso giorno arrivammo a Gemona; le bestie non ne potevano più dalla stanchezza: avevamo percorso 41 chilometri in 14 ore. Come Dio volle ricoverammo gli animali in una stalla di fortuna. In seguito, le nostre bestie le demmo a due famiglie di Artegna, dietro compenso di un pò di formaggio. Così passò giugno, luglio e agosto; mio padre, che allora aveva 44 anni, aveva trovato lavoro come capo boscaiolo con la ditta Cozzi di Tolmezzo. La ditta lavorava a Moggio; in località Campiolo, per il taglio di legna da ardere per la truppa. Anche mio fratello maggiore di 19 anni era occupato con mio padre. Sino alla metà di settembre non ci furono scontri fra i belligeranti e le Autorità Militari davano permessi per recarsi nella zona evacuata onde raccogliere qualche cosa del rimasto e trasportarlo con i propri mezzi, cioè con carrette a due ruote trainate personalmente. Ricordo di aver fatto, tra il mese di giugno e luglio, tre viaggi. Non si sentiva una fucilata, tanto che le Autorità permisero a diverse famiglie (ma solo alle donne o ai bambini di una certa età) di ritornare al paese per il taglio del fieno, che poi l’Esercito avrebbe comperato. In questo frattempo erano giunte ai fronti altre truppe, precisamente un battaglione di fanteria e due batterie di artiglieria: una da 75/mm ed una da 145/mm prolungata. La prima era sistemata in località "Prat dal Spic”, l’altra nelle "Braiducis" con due pezzi, e due pezzi sul "Cuel da la tee". I nostri avevano fatto qualche tiro sul territorio austriaco, ma loro ancora non si erano fatti vivi. Verso gli ultimi di luglio, mia madre decise di andare anche lei a tagliare il fieno e mi condusse con sé. Sul luogo si trovavano diverse famiglie. Ricordo che stavamo falciando l’erba nel prato soprastante la casa attuale, che allora non era stata ancora costruita, e a un tratto sentimmo uno sparo da grande distanza, proveniente dal territorio austriaco, poi uno scoppio di granata sopra la ferrovia a sud di San Rosso e verso Pietratagliata. A poco a poco allungarono il tiro fino quasi al Ponte di Muro; più o meno saranno stati 40 scoppi di granata, ma di piccolo calibro. Mia madre si spaventò in modo tale che non ne volle più sapere di fieno e ritornammo a Gemona. Da questo momento non rilasciarono più permessi. Al fronte si svolsero alcuni combattimenti, tra cui uno in Valle Dogna con morti e feriti della nostra zona. Si sparse subito una notizia esagerata sul numero dei morti; i feriti sarebbero stati trasportati negli ospedali con treni di passaggio da Gemona all’ora X. Per caso, mio fratello Luigi, il cugino Domenico ed un certo Albin Mici si trovavano alla stazione di Gemona al passaggio del treno e poterono constatare che non erano tanti. Sentiti esprimersi in questo modo da un sergente degli alpini nativo di Dordolla (Moggio), questi li denunciò ai Carabinieri di servizio, che li portarono in caserma per interrogarli. Saputo che erano nativi di Pontebba, zona di confine, li considerarono come spie o persone pericolose; li trattennero per pochi giorni in caserma, poi li internarono a Marsala, in Sicilia, in un campo di concentramento, in compagnia di triestini fuggiti all’ultimo momento da Trieste per venire in Italia, magari con l’idea di prestare servizio nell’Esercito Italiano. Il Governo, a quei tempi, non passava sussidi alle famiglie dei profughi che dal loro Comune erano considerati benestanti. La nostra famiglia, di otto persone, doveva vivere solo con il guadagno di mio padre. Da parte mia, ogni mattina fino a settembre, mi presentavo dai contadini che lavoravano la terra della padrona, e mi offrivo come aiuto nel lavoro dei campi; in questo modo mi guadagnavo il cibo, aiutando in qualche modo la famiglia. Un conoscente di mio padre di nome Ilario Vidoni, aveva trovato lavoro per una squadra di operai per lavoro di taglialegna da ardere. Tra questi finii incluso anche io ed un mio cugino; si lavorava a cottimo sezionando ed accatastando sul posto tronchetti di faggio in ragione di Lt. 1,50 al metro stero. A turno io e mio cugino dovevamo anche provvedere all’acqua per bere e al trasporto della polenta dal Casone al posto di lavoro. Gli operai ogni giorno cambiavano posto è con tutto questo riuscivano a tagliare ed accatastare circa cinque metri steri ciascuno, con un guadagno Lt. 7,50 al giorno. Il vitto era a carico del padrone, la polenta a volontà, un chilogrammo e mezzo di formaggio, più mezzo chilo di lardo, per i sette giorni della settimana. Menù invariabile: polenta e “frico", al mattino; polenta e formaggio a mezzogiorno; polenta e frico con patate la sera. Queste si compravano a parte e servivano come contorno. A quell’età io digerivo anche i sassi. La località dove lavoravamo era sul monte Amarianna, sopra Tolmezzo, confinante con il Comune di Moggio. Qui lavorammo fino a metà novembre del 1915. Da questa data a tutto marzo 1916 passammo a lavorare sul monte Strabut che si trova esattamente sopra Tolmezzo. Nel aprile 1916 ritornammo sul Monte Amarianna con due squadre di operai: mio padre aveva il compito di guidare i lavori. Parte dei nuovi operai erano dei paesi vicini a Tolmezzo, cioè di Amaro, Illeggio, Imponzo, Fusea. Appartenevano all’esercito ed erano di classi anziane: li chiamavano "esonerati" e dovevano eseguire i lavori per scopi militari; tra questi, tre erano di Imponzo. Parlando del più e del meno venimmo a sapere che in questo paese c’era una signora proprietaria di molta campagna, con il fittavolo che, per mancanza di personale, non poteva più far fronte ai lavori e di conseguenza doveva abbandonarla. In questo frattempo, mio fratello Luigi, che si trovava internato in Sicilia, venne chiamato alle armi con la sua classe ed arruolato nei 7° Bersaglieri di Verona. Mio cugino, che pure si trovava internato, venne rilasciato, e si unì pure lui a mio padre. La nostra famiglia si trovava sempre a Gemona, così purè la famiglia di mio zio Marco, e tutti senza occupazione. Il Governo non pagava sussidi, perché le nostre famiglie erano considerate benestanti. Il prezzo dei generi alimentari stava aumentando ed era sempre più difficile chiudere il bilanciò mensile in attivo. Mio padre pensò bene di visitare quella fattoria agricola, più per curiosità che per altro, ed una domenica si recò sul posto. Dopo aver preso visione della campagna, che si trovava nelle vicinanze del paese, ne rimase entusiasta ed entrò in trattative con il proposito di affittarla. La proprietaria accettò la richiesta e fissò il prezzo in Lt 1.000 annue, più altre condizioni che mise per iscritto. Restò fissato che ne saremmo entrati in possesso nella primavera del 1917. Intanto la guerra diventava una guerra di posizione; i due eserciti si erano trincerati in attesa che qualcuno attaccasse per primo. Fra le tante novità, si videro anche i primi aeroplani, che a bassa quota venivano a curiosare nelle retrovie. A Cavazzo Carnico vi era un campo di aviazione di fortuna: in diversi posti avevano installato mitraglie, e batterie antiaeree per tenere lontani gli apparecchi nemici. Alla Stazione della Carnia si congiungevano la linea Udine-Pontebba e la Società Veneta Carina-Villa Santina, e più o meno vi erano dei treni sempre in movimento. Gli austriaci in diverse occasioni avevano notato tutto questo, con le loro incursioni che erano quasi settimanali. Allora le nostre antiaeree si fecero sentire: gli aerei a quei tempi volavano sotto i mille metri e di conseguenza le granate erano graduate per scoppiare a quella quota. Era quindi pericoloso restare allo scoperto quando vi erano degli apparecchi in giro. Io, a quei tempi, ero il più giovane tra gli operai, e dovevo fare la provvista d’acqua con una piccola botte di 15-20 litri. La portavo sulla schiena, ed un bel giorno, durante un’incursione mi trovai a metà strada e allo scoperto; di tutta corsa mi diressi verso una pianta che era nelle vicinanze per proteggermi dalle pallottole che fischiavano intorno. Quando credevo di essere al sicuro, mi sentii bagnare il sedere e riscontrai che l’acqua zampillava dalla piccola botte. Slacciai le bretelle e presi in mano la botticella, ma dovetti constatare che questa era stata passata da parte a parte da una pallottola. In questa occasione gli aerei austriaci erano tre ed avevano sganciato anche delle piccole bombe sopra la Stazione della Carnia. Dal piccolo campo di aviazione di Cavazzo si alzò un nostro aereo che riuscì a raggiungere l’ultimo aereo nemico quando questo rientrava alla base. Dopo diverse scariche di mitraglia, vidi quello austriaco sussultare e perdere quota in forma anormale. Era stato colpito il pilota e il serbatoio; visto che non avrebbe potuto raggiungere la sua base, il pilota fece un atterraggio disperato sul greto del torrente Chiarso nelle vicinanze del fiume But, nei pressi di Cedarchis. Quando vi giunsero i nostri, l’apparecchio era sfasciato è il pilota morto. Ed ora torniamo a parlare del lavoro. Come già dissi, le squadre degli operai erano due: una che tagliava solo piante di abeti e larici, l’altra legna da ardere. Delle due squadre, diversi operai erano impiegati allo sboscamento; altri alla preparazione del fondo stradale che sarebbe servito per il trasporto dei tronchi con slitte trainate da buoi durante l’inverno. I tronchi erano portati alla stazione di carico della teleferica: questa aveva la stazione sul versante del monte Amarianna - lato Moggio - e la stazione di arrivo ai Rivoli Bianchi, nelle vicinanze di Tolmezzo. Da diversi anni mio padre soffriva allo stomaco i medici dicevano che aveva una dilatazione, e in quell’estate soffriva più che mai. Per di più aveva anche la preoccupazione di essere richiamato per il servizio militare, quantunque avesse 45 anni. Fece ricorso anche per la situazione di famiglia, avendo a suo carico otto persone, sette figli più la moglie. Venne quindi esonerato. Intanto anche mio fratello minore, Andrea, di soli 13 anni, che a Gemona aveva ultimato il quarto grado elementare era venuto con noi in montagna ed era addetto ai servizi della cucina. Nei mesi da settembre a novembre i tronchi erano stati accatastati nelle vicinanze delle sedi stradali. Venne novembre con le prime nevi; in una sola volta ne cadde più di un metro. Giunse Natale e Capodanno l916-l7; si sospesero i lavori per 15 giorni, sia per passare le feste in famiglia, sia sperando che il freddo si calmasse: invece peggiorò. Quando, in gennaio, tornammo al lavoro, vi erano oltre 5 metri di neve. Si lavorava in condizioni impossibili e tutti gli operai protestavano e volevano abbandonare il campo. La Ditta Cozzi, che aveva l’appalto dei lavori, aveva chiesto alle Autorità Militari la loro sospensione, ma questa fu negata per urgente e continuo bisogno di legname, richiesto dalla truppa. Di conseguenza, fu giocoforza affrontare le condizioni climatiche, con un freddo intenso che qualche giorno toccava anche i 26 gradi sotto zero. Si lavorava solo 6 ore al giorno, con produzione ridotta al minimo. Era il giorno 27 gennaio, di lunedì, e io ero con quattro operai adibito al carico dei tronchi sulle slitte; le piante erano state accatastate durante l’autunno nelle vicinanze delle strade e le cataste erano coperte da uno strato di neve alto 5 metri. Da uno spiazzo libero i tronchi si caricavano sulle slitte trainate dai buoi, e trasportate sino alla stazione di carico della teleferica. Mi vien fatto di pensare che ognuno di noi abbia il destino segnato fin dalla nascita. Verso le 10 del mattino mi venne riferito che il titolare della ditta desiderava avere una comunicazione telefonica con mio padre, alla stazione di carico. A mezzogiorno ne parlai a mio padre, il quale pensò che io e lui avessimo cambiato lavoro. Io sarei passato al suo posto che era più distante, lui sarebbe andato al mio che era vicino al carico della teleferica. Della catasta dei tronchi che si stava caricando non rimanevano che pochi pezzi ed il lavoro per estrarli fu molto difficile per la pressione della neve. Poiché del mucchio non restavano che pochi tronchi, dispose che tre operai si recassero a sgombrare la neve su un’altra catasta. Sul posto rimase lui con un solo operaio; doveva estrarre l’ultimo tronco, ma visto che l’altro non ce la faceva, volle provare lui stesso. Entrò sotto questo tetto di neve, diede un colpo con un maglio al tronco, ma ciò bastò perché l’enorme massa nevosa lo schiacciasse con il suo peso. L’operaio che lavorava con lui si mise a gridare chiamando aiuto. Alle grida accorsero altri operai, che cercarono con ogni mezzo di salvarlo. Purtroppo non c’era più nulla da fare: il peso della neve lo aveva letteralmente schiacciato. Io, dalla disperazione non ragionavo più, e gli operai furono costretti ad accompagnare di notte fino a Tolmezzo me e mio fratello Andrea, che aveva solo 14 anni. Alla stazione di arrivo della teleferica la notizia della disgrazia arrivò prima di noi due. Qui si trovava l’amico del nostro povero padre, che ci portò a casa sua, dove passammo la notte. Il giorno dopo, con il primo treno, accompagnati dalla moglie del signor Vidoni, partimmo per Gemona, per portare a nostra madre la grave notizia. La povera donna intuì la disgrazia e svenne dal dolore. Vedova a 44 anni, con sette figli a carico, profughi di guerra e con poche risorse economiche, un figlio in servizio militare è in piena guerra: questa era la nostra situazione. Ci aiutarono i nostri parenti, ma con tutto ciò restavano otto bocche da nutrire e la più piccola aveva cinque anni. La Società Assicuratrice provvide in breve tempo ad assegnare le quote spettanti ai singoli eredi, ma dato che tutti eravamo minorenni, le somme erano vincolate fino alla maggiore età. Disponibile era solo la quota spettante a nostra madre. Lei, affranta dal dolore, non poteva rassegnarsi, e su di me cadde il peso della famiglia, che seppi portare con rassegnazione. Non volli più ritornare su quel lavoro, ma non potevo restare disoccupato. La famiglia aveva bisogno di mangiare e allora mi rivolsi al mio padrino di battesimo, anche lui capo boscaiolo sul monte Corno (comune di Avasinis). Con lui lavorai fino ai primi di maggio. In giugno dovevano iniziare i lavori agricoli, nella tenuta, contratta da mio padre alla fine di dicembre. Io e mia madre considerammo opportuno anche economicamente trasferirci nella tenuta. Considerato però che mia madre, io e due mie sorelle non bastavamo per lavorare tanta terra, proponemmo allo zio Marco di associarsi con noi. Loro potevano prestarsi in tre: lui e due cugine. Così, tutti d’accordo, ci trasferimmo da Gemona ad Imponzo. Noi avevamo ancora tre mucche, più una di mio zio, e un po’ alla volta avevamo ritirata da Pietratagliata tutta la masserizia agricola, compresa una caldaia di rame da 200 litri e la zangola. Da Gemona a Tolmezzo avevamo noleggiato due vagoni ferroviari per il trasloco delle masserizie e del bestiame. La guerra continuava stazionaria ovunque, salvo nella zona carnica, al Passo Monte Croce, dove le Guardie di Finanza avevano ceduto; anche sull’Isonzo stavano combattendo duramente con pochi progressi. Mio fratello Luigi, dopo il periodo di istruzione, fu mandato al fronte nell’altopiano di Asiago, dove restò ferito da una scheggia in fronte; una pallottola gli lasciò una cicatrice ad un orecchio nonché una ferita ad un ginocchio, e tutto questo solo dopo pochi giorni di trincea. Così eravamo arrivati a metà maggio 1917 e ci trovavamo già nella tenuta agricola con un mucchio di lavoro: pulizia e concimazione dei prati, vangatura e semina dei campi, lavori di falciatura e raccolta dei foraggi, pulizia e sarchiatura dei campi. Nella frazione avevano un bel locale, anche ben attrezzato, per la lavorazione del latte, ma per mancata fiducia nel casaro e negli amministratori, i soci avevano chiuso il locale ancora prima che arrivassimo noi. La nostra produzione di latte, giornaliero, era di oltre 50 litri: perciò iniziammo la lavorazione in casa nostra con i nostri mezzi. Ma, un po’ alla volta dovemmo accettare anche il latte di molte famiglie della frazione, di modo che dovemmo lavorare il latte ogni giorno e anche dopo cena, per non perdere tempo durante la giornata. Fu un’estate molto bella e la campagna aveva reso bene; frutta, granoturco e patate in quantità. Di castagne ne avevamo una soffitta piena. Il raccolto di quelle che si trovavano in montagna era provvisoriamente nei fienili o in cantina; formaggio e burro non mancavano, e con questo non avevamo più preoccupazioni per l’inverno entrante. Come un fulmine a ciel sereno venne la disfatta di Caporetto. L’offensiva tedesco-austriaca aveva travolto il nostro esercito e c’era un fuggi fuggi generale. Mutò anche il tempo: pioggia, a non finire giorno e notte e tutti i fiumi erano in piena. Un’altra volta dovemmo abbandonare tutto. Io decisi invece di restare e tentare di salvare il salvabile. Con la partenza sarebbe stato tutto perso. Con le bugie persuasi mia madre e mia zia a partire con le sorelle e il fratello minore. Avevo promesso loro che sarei partito il giorno dopo e con la bicicletta avrei fatto più presto. Ma anche questa era una bugia e fu un dolore vederli partire con la gerla sulla schiena, piena di viveri e di qualche vestito. Per loro fortuna, imboccarono la strada più breve da Tolmezzo per Villa Santina - Ampezzo - Tramonti - Maniago - Aviano - Sacile - Conegliano Susegana. Qui passarono il Piave quasi all’ultimo momento. Altri non fecero in tempo e furono costretti a riprendere la via del ritorno. A Treviso caricavano tutti questi profughi sui treni; mia madre ed i miei fratelli furono portati fino in Sicilia, esattamente ad Acireale, mentre invece la famiglia di mio zio andò a finire in Valtellina, a Morbegno. Due giorni dopo la partenza delle famiglie arrivò mio cugino Domenico, quello che era stato internato in Sicilia come sospetta spia. Era stato riformato perché aveva i piedi piatti e di lui l’esercito non sapeva che farsene, perché non poteva camminare a lungo. Mio cugino invece sapeva correre come una lepre: Decidemmo quindi di restare insieme, per salvare il salvabile. Intanto era sopraggiunto l’inverno. Passarono alcuni giorni, ma il nemico non si era ancora visto. Avevano sfondato a Caporetto e, superato il Tagliamento, erano arrivati al Piave. Qui la piena del fiume ed i coscritti del "99 li fermarono. Da noi apparvero dopo diversi giorni. Una mattina, mentre stavo mungendo, li vidi comparire sulla porta della stalla: erano due ed uno era slavo. Vide un coniglio, si mise ad inseguirlo, ma inciampò contro un badile e cadde, sporcandosi la divisa. L’altro, che non era tanto spavaldo, rideva stando sulla porta. Intanto il coniglio si era nascosto sotto una mangiatoia, e così poté salvarsi. I due se ne andarono a mani vuote, ma però dopo aver svaligiato la cantina della padrona. Nella stalla avevamo cinque mucche, due scrofe, ed eravamo noi due soli. Mio cugino non sapeva mungere, non sapeva lavorare il latte e quindi fare tutto questo toccava a me; lui si occupava della pulizia della stalla e di altri lavori in casa. La seconda sera, dopo la partenza di mia madre, non sapevamo dove mettere il latte; avevamo riempito tutti i recipienti disponibili ed era giocoforza fare il formaggio. Io, da bambino, durante le vacanze andavo in malga, dove un mio zio faceva il casaro, e avevo visto più o meno come si faceva, e volli provare. Era già notte quando misi la caldaia con il latte sopra il fuoco, per portarlo alla temperatura voluta. Non avevo però il termometro per la misura del calore. Dopo aver preparato una dose approssimativa di caglio, misi la mano dentro il latte come faceva mia madre e quando credetti che la temperatura fosse giusta, misi il caglio e ritirai il latte dal fuoco. In attesa cenai con mio cugino, ma in trenta minuti il latte non si era coagulato. Dopo avere atteso un’ora e mezzo, dissi: "Giacomo, come facciamo?" e preparai un’altra dose di caglio, dubitando che quello usato non fosse stato sufficiente. Scaldai un’altra volta il latte e rimisi un’altra dose. Ancora nulla. Intanto era venuta mezzanotte e noi non sapevamo come risolvere la situazione; mandai tutto al diavolo, ricordando il proverbio: "Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare". Al mattino seguente, quando mi alzai, il latte era cagliato. Per il momento lo lasciai tranquillo, perché prima dovevo pensare a mungere le mucche; fatto questo ritornai al mio formaggio. Si trattava di rompere la cagliata con uno strumento che si chiama "chitarra". Lo si fa girare nella caldaia in modo da ridurre la cagliata in piccolissimi frammenti, poi si riscalda il tutto un’altra volta, si rimescola ancora e si lascia riposare per un quarto d’ora. Si leva quindi il formaggio per metterlo nel cerchio e sotto la presa per purgarlo dal siero. Data la mia inesperienza, non era sicuro che fosse riuscito bene; se era immangiabile lo avrei dato agli austriaci. Dalle truppe di occupazione non avevamo avuto ancora né noie né sorprese. Avevano affisso dei manifesti con ordini severi: ogni persona doveva presentarsi ai loro Comandi per avere un documento che attestasse una persona censita. Tutti i proprietari di bestiame dovettero denunciare il numero e la specie dei capi di bestiame, nonché altre merci commestibili. Io e mio cugino denunciammo il meno possibile; parte delle patate le nascondemmo in una fossa scavata nella stalla: formaggio, granoturco e fagioli in un fienile. Il problema serio era di essere in due e in età pericolosa per noi. In caso di requisizione di personale ci saremmo nascosti, ma poi chi avrebbe guardato la casa, governato il bestiame e tutte le altre faccende? Io sapevo che nel paese di Terzo di Tolmezzo, di fronte ad Imponzo, si trovavano diverse famiglie di Studena Bassa è in una di esse, alcuni parenti di mia madre. Non vedendo altra via d’uscita pensai a loro. Io personalmente non li conoscevo; sapevo i loro nomi per averli sentiti da mia madre. Così un bel giorno riuscii a rintracciarli. Subito ci mettemmo d’accordo. La loro situazione non era facile: erano marito e moglie sui 60 anni, con un figlio militare. Accettarono entusiasti la mia proposta e il giorno stesso vennero da noi con le loro poche masserizie. Anche questo problema era risolto. A loro bastarono pochi giorni per adattarsi al nuovo ambiente e sbrigare i lavori di casa. Parlavano correttamente la lingua tedesca e questo era un vantaggio per noi, quando gli austriaci facevano il censimento degli uomini. Io e mio cugino fummo dei primi a presentarsi, di modo che ci assegnarono una occupazione in paese: mio cugino come guardia campestre, io come guardiano notturno in una stazione di teleferica, che veniva da una segheria sulla destra del fiume But. Dalla parte di Imponzo si trovava una linea ferroviaria a scartamento ridotto fatta dal genio ferrovieri italiano e che serviva per il trasporto di truppe, merci, da Tolmezzo a Timau. In questo periodo serviva agli austriaci per trasportare il prodotto della segheria; il mio compito non era grave, perché a quei tempi pochi erano quelli che andavano in giro la notte, e la merce da custodire non interessava nessuno. Così a mezzanotte me la squagliavo a casa per dormire nel mio letto. Da notare che per questo servizio non avevo paga, ma solo un documento comprovante la mia occupazione ed un bracciale che mettevo quando tirava aria cattiva. Più o meno in quindici giorni avevamo organizzato un po’ tutto. Nella borgata non vi era sede fissa per truppa o polizia. I responsabili erano il Pùrgermeister (sindaco) e le guardie campestri. Saltuariamente qualche pattuglia di passaggio o qualche gruppo di soldati isolati che andavano in cerca di scambio merci per vivere, offrivano zucchero, tabacco, sigarette e scarpe in cambio di burro e formaggio. La nostra stalla distava dalla casa circa 150 metri, e un giorno alcuni soldati forzarono le porte per prelevare una giovenca. Mio zio se ne accorse e corremmo a protestare per il furto. Per nessuna ragione essi lasciarono la bestia e dopo molte insistenze mi diedero un pezzo di carta scritta a matita, ma indecifrabile per noi. Ricordo solo che era firmata "Codil Mayer" bel leggibile. Il giorno dopo corsi a Tolmezzo, al Comando, e feci vedere quella ricevuta; il Comando ci mise sopra un timbro con altra firma. A me dissero: "Paga Cadorna". Questo avveniva ai primi di dicembre del 1917. Tutti i negozi erano chiusi, non si trovava più nulla da comperare, i generi alimentari erano spariti e la popolazione era preoccupata per la scarsità dei viveri. In casa nostra era un andirivieni di gente in cerca di cibo. Avevamo pieno il granaio di castagne, grandi quantità di patate ed anche granoturco in più del bisogno. Decidemmo quindi di vendere una parte; era meglio sfamare la nostra gente piuttosto che consegnare i frutti del nostro lavoro al nemico invasore. Sul corso della guerra non si sapeva nulla, solo che i tedeschi erano stati fermati al fiume Piave. I grandi depositi di viveri abbandonati dal nostro esercito erano stati svaligiati un po’ dalla popolazione e un po’ dal nemico; già da molto tempo il loro popolo e anche il loro esercito era a razione, con viveri molto ridotti. A poco a poco cominciarono anche le requisizioni, prima con il bestiame, poi con i viveri, grassi e formaggi. Di questi ne trovarono pochi anche perché era facile nasconderli, ma così non era per il bestiame. Alla prima requisizione dovemmo consegnare due capi, ma anche in questa occasione cercai di salvare qualche cosa. Trovai nel paese due persone che avevano giovenche di poco peso e feci cambio, dando loro una certa quantità di latte in cambio di un animale. Valutai il loro valore con l’accordo di regolare i conti in futuro. In seguito, gli austriaci diedero inizio alla requisizione di rame e bronzo e tolsero dalle chiese quasi tutte le campane. Ricordo che nella chiesa di San Florian (una delle più antiche della Carnia, che si trova a metà strada fra Imponzo e Illegio), tolsero le campane, facendole cadere verso il pendio della montagna. Da queste non ricavarono che pochi pezzi, essendosi rotte nella caduta. Gli austriaci requisirono pure utensili di rame e di ferro, ma la popolazione, avvertita. si diede da fare per nascondere le cose migliori. Avevamo una grande caldaia ove si lavorava il latte e questa per noi era indispensabile. Trovai nel giardino una vecchia fossa per calce spenta vuota, e pensai che questo era il posto adatto per nascondere la caldaia. Dovevamo naturalmente lavarla e rimetterla nella fossa, e questo trucco durò sino alla liberazione. Quando lavoravo sul Monte Amarianna avevo conosciuto diversi operai della borgata Stavoli (Comune di Moggio), e anche loro sapevano che mi trovavo in frazione di Imponzo. Gran parte dei cereali furono venduti a loro, in cambio del loro aiuto peri lavori di campagna in primavera. A Moggio gli austriaci avevano un campo di concentramento per i prigionieri di guerra. Qualcuno riusciva a fuggire rifugiandosi in montagna: erano chiamati "lupi della Carnia" e vivevano con il poco cibo che potevano trovare fra la popolazione. Dormivano negli stavoli delle montagne e sul far della notte scendevano alle abitazioni per avere un po’ di cibo. La campagna che noi lavoravamo aveva, verso il monte, un muro alto circa due metri e questo muro distava dieci metri dalla stalla. Un giorno mentre andavo al fienile, sentii chiamare: "giovanotto! "; mi guardai in giro ma non vidi nessuno, e mentre riprendevo il cammino sentii ancora "giovanotto!". Allora guardai più attentamente e al di sopra del muro vidi due uomini. Sapendo che non vi erano pattuglie in giro, mi avvicinai a loro; erano stanchi sfiniti e stavano per cadere. A mani giunte mi chiesero un po’ di cibo. Io li rassicurai che non c’era pericolo, perché nella borgata non c’erano austriaci; li feci entrare nella stalla e diedi loro del latte. Mi dissero che avevano passato quattro giorni senza cibo ed erano scappati dal campo di concentramento di Moggio; la neve li aveva sorpresi in una malga e qui avevano dovuto fermarsi quattro giorni; aspettando che finisse di nevicare. Uno dei due era veronese, di Sant’Ambrogio in Valpolicella, e restò con noi fino alla liberazione. L’altro era piemontese e non ricordo più il suo nome. Questo si fermò con noi solo una quindicina di giorni. Accogliendoli in casa nostra correvamo un grande rischio, ma volevamo salvarli ugualmente. Vicino alla stalla vi era la casa della proprietaria; tutta la famiglia era scappata. Nel loro giardino c’era una costruzione in muratura che serviva da legnaia ed io, mio cugino, e i due prigionieri spostammo una catasta di legno per fare posto a due materassi su cui passare la notte. In breve tempo questi si rimisero un po’ in forza. Il veronese, che si chiamava Riccardo, appena gli fu possibile ci diede una mano nei lavori di casa o della stalla. Ma stava sempre all’erta e il minimo pericolo fuggiva nel suo nascondiglio. Tutta la popolazione del resto passava la voce quando sapeva che vi erano austriaci in vista. Più della ‘metà degli abitanti’ erano profughi in Italia e non vi erano probabilità di aiuti per i lavori della campagna. Mio zio e mia zia avevano già oltre 60 anni, ed anche con tutta la loro buona volontà, non potevano aiutarci più di tanto. Decidemmo quindi di prendere per aiuto due ragazze della borgata Stavoli di Moggio. Si doveva dare inizio ai lavori di pulizia dei: prati, poi alla concimazione, vangatura e semina nei campi. Allora, non esisteva la meccanizzazione: si doveva lavorare dall’alba al tramonto. Per fortuna il tempo fu benigno ed i lavori procedettero normalmente. I pochi abitanti di Pietratagliata, che non erano riusciti o non avevano potuto fuggire prima dell’invasione, nella primavera del 1918 erano rientrati alle loro case. Le loro condizioni erano precarie; case e stavoli semi-distrutti, niente bestiame, morale depresso. Privi di ogni notizia dall’Italia libera, tutte le famiglie, avevano dei figli, fratelli o padri alle armi; ma nessuno aveva notizie di loro. Si trovavano inoltre, senza sementi per i loro campi e non sapevano come risolvere la situazione. Da Pietratagliata alla borgata dove noi ci trovavamo, vi è una distanza di 40 chilometri attraverso le scorciatoie di montagna, per la strada nazionale vi sono 50 chilometri, che a stomaco vuoto non si possono fare. Le mogli dei miei cugini, che si chiamavano Angela ed Ester, ebbero il coraggio, con la gerla sulla schiena, di affrontare questa distanza per andare in cerca di semine per i campi. Arrivarono da noi, che era quasi notte, sfinite dalla stanchezza e dalla fame; in questo loro primo viaggio si portarono a casa granoturco, patate e fagioli per oltre 60 chili. Noi avevamo pure dei maialini da latte ed esse ci chiesero di riservarne uno per il prossimo viaggio. Così fecero; senza pensare ai disagi è contando di nutrire i maiali allo stato selvaggio, cioè con sole erbe, o, sottoprodotti del latte. Passò così la primavera ed i primi mesi d’estate, senza gravi conseguenze. I campi promettevano bene, il taglio del primo fieno era fatto. Mi venne l’idea di fare una scappata fino al paese natio e verso i primi di agosto mi misi in cammino, dopo aver messo nel sacco da montagna un po’ di farina per la polenta un po’ di lardo e un po’ di formaggio Fino alla Stazione della Carnia andai a piedi e da qui andai alla stazione ferroviaria, dove riuscii a salire su un treno ospedale di passaggio. Passata Resiutta, una guardia si accorse della mia presenza e mi impose di scendere, alla prima stazione. Visto che mi teneva d’occhio scesi a Chiusaforte ma con il proposito di risalire al lato opposto della stazione. Così feci, chiudendomi in una toilette, ma, dopo poco sentii muovere la maniglia della porta. Io non fiatavo, ma un minuto dopo la porta si apriva, ed il soldato che mi aveva imposto di scendere era. di fronte a me; mi prese per lo stomaco e mi diede uno schiaffone e mi fece capire che ci pensava lui a farmi scendere alla prossima fermata. Alla stazione di Dogna il treno tirò dritto, ed io, sempre guardato dal militare, giunsi alla vecchia stazione di Pontebba. Il militare aprì la porta, mi fece scendere, mi prese per un braccio e mi consegno ad una guardia non so cosa gli disse ma la guardia mi porto in un ufficio e chiamarono una interprete. Mi tolse il sacco da montagna per vedere cosa conteneva. Per fortuna avevo con me la carta che mi avevano rilasciato come guardia notturna. Ebbero un momento di esitazione; poi mi lasciarono andare. Pontebba era quasi deserta, con più soldati che civili. Tutte le case erano inabitabili, ma a Pietratagliata a poco a poco erano già, rientrati buona parte degli abitanti. Vivevano in condizioni molto precarie, nutrendosi con minestre di verdure e latticini. Le case erano in condizioni pietose, con tetti mezzi rovinati, senza porte, con pavimenti in gran parte asportati per costruire baracche in alta montagna. I profughi che per lo più si trovavano tra Chiusaforte e Resiutta, nei primi tempi furono obbligati ad abitare anche in case estranee, in attesa di poter riparare le loro. Solo chi ha provato può rendersi conto a quali sacrifici dovettero sottostare e nello stesso modo dovettero adattarsi anche quelli che rientravano a guerra finita senza aiuti e senza compensi. Parte dei danni subiti furono risarciti molti anni dopo, tramite il cosiddetto Ministero delle Terre Liberate. Nel primo viaggio che feci per visitare il mio paese natio, io e il mio compagno GioBatta Macor eravamo i due unici maschi della frazione della classe 1900, contro otto femmine. Di buon mattino ci mettemmo in cammino per andare a vedere la zona del fronte, che dopo tre anni di guerra non si era mosso di un metro. Potemmo osservare una fossa continua dalla Sella Veneziana fino alla Malga Bieliga che serviva come trincea, quasi la maggior parte coperta. Sul pianoro "Cret di Burie" c’erano delle gallerie per cannoni di medio calibro e sul cucuzzolo della valle, postazioni per batterie da montagna. Parte di detti cannoni, fatti esplodere, si trovano ancora sul posto. Tante baracche in muratura e legno; sembravano un villaggio. Mitragliatrici, fucili, granate, bombe a mano in quantità erano sparse ovunque. Facemmo il giro del monte Iouf, e ritornammo a casa dal versante Mincigòs, piuttosto stanchi.All’indomani passai di casa in casa per salutare le poche famiglie che vi si trovavano e feci anche una sciocchezza, comprando due rivoltelle: una da Guido Macor ed una grossa dal vecchio Zibet. Il giorno dopo mi misi in cammino per ritornare in Carnia, seguendo strade secondarie per non avere brutti incontri, dato che avevo con me le due rivoltelle. A Moggio imboccai la strada di montagna che da Campiolo passa dalla Borgata Stavoli-Sella d’Agnò, Illegio ed infine Imponzo: 40 chilometri in tutto. Arrivai a casa senza incidenti. Mi raccontarono che gli austriaci si erano accorti che la frazione dava alloggio e da mangiare a diversi prigionieri. In una retata ci cascò anche quello che viveva con noi, ma non si perse di coraggio, anzi rischiò la morte e fuggi in montagna. Gli avevano anche sparato dietro, ma mancarono il bersaglio. Stette in montagna per quindici giorni e noi gli portavamo da mangiare in un angolo del cimitero dove lui ritirava il cibo, e dormiva in una grotta sulla montagna. Come Dio volle, ebbi la prima cartolina dall’Italia: mi aveva scritto mio fratello Luigi, tramite la Croce Rossa svizzera. Mi faceva sapere che tutta la nostra famiglia si trovava in Sicilia e precisamente ad Acireale. Gli austriaci, che si erano accorti che molti prigionieri italiani stavano nelle montagne vicine, di conseguenza si vedevano più spesso le loro pattuglie in giro. A mia zia che parlava bene il tedesco, un soldato aveva lasciato capire che avevano intenzione di internare tutti gli uomini di giovane età. Lui stesso mi consigliò di farmi vedere il meno possibile. Per quattro giorni gli austriaci fecero un continuo rastrellamento. Questi giorni li passai pure io in montagna assieme agli altri. A turno, durante il giorno, uno di noi munito di binocolo osservava i loro movimenti; la notte però non andavano in giro. Approfittavano del buio per rifornirsi di viveri. Tra noi e le famiglie c’erano dei segni convenzionali per sapere quando le pattuglie erano in paese. Se vi era pericoloso, da una finestra di casa nostra esponevano un lenzuolo e lo ritiravano quando il pericolo era cessato. Una domenica io ero sporco e bagnato, e siccome il segnale di pericolo non c’era, mi azzardai ad andare a casa. Per prima cosa mi lavai e cambiai i vestiti, poi andai in cantina per prendere del cibo. Avevo in una mano un pezzo di polenta e nell’altra del salame e stavo andando verso la porta quando sentii dei passi con scarpe chiodate. Guardai dalla porta e vidi un soldato; persi la testa. Buttai via polenta e salame, mi tolsi la rivoltella dalla tasca e gliela mostrai. Il soldato fece un dietro front immediato e se la diede a gambe. Io a mia volta, a perdifiato, presi la strada della montagna maledicendo il nostro sistema di segnalazione. Il giorno dopo tutto era tranquillo e la segnalazione era di via libera. Molto guardingo andai a casa; mia zia che era stata presente il giorno prima ed aveva assistito alla scena, quando mi vide si mise a ridere e mi disse: "Poveretto! che spavento gli hai fatto! Tu non lo sai, ma io avevo trattato con lui per farti avere un paio di scarpe ed in cambio gli davo del formaggio che voleva portare a casa. Così sei rimasto con le sole tue scarpe vecchie". Pochi giorni dopo il militare ritornò con le scarpe e mia zia combinò l’affare; così io ebbi le calzature nuove. Con questo arrivammo ai primi di settembre; da tempo facevamo la polenta con farina mista a patate. La scorta era quasi esaurita e mia zia non sapeva a quale santo votarsi per risolvere il problema della polenta fino al nuovo raccolto. Da tempo sapevo che diverse donne del paese si erano recate in Friuli per acquistare viveri in cambio di altre cose e poiché mia zia era anziana e non poteva compiere un viaggio del genere, decisi io di arrischiare la sorte. La zia mise nel sacco da montagna due pani di burro e mezza forma di formaggio, mi diede la benedizione e mi disse "Dio ti aiuti". Così Giacomo si mise in cammino, senza sapere dove avrebbe potuto fare il cambio. Andai a piedi fino alla Carnia e strada facendo pensai di passare da dei contadini di Gemona che conoscevo da profugo, con la speranza di poter trovare qualche cosa. Il caso volle che al bivio della Carnia con la Pontebbana incontrassi un uomo e due donne. Diedi loro il buongiorno e la donna mi chiese se non avevo paura che mi fermassero, visto che pochi giovani erano liberi. Entrai così in conversazione e spiegai il motivo della mia passeggiata. Quando seppero che avevo burro e formaggio, mi dissero che ben volentieri mi avrebbero dato il loro granoturco. Abitavano a Pozzuolo, e a quei tempi la strada nazionale passava a pochi passi dalla stazione ferroviaria. Proposero quindi di fare il viaggio in treno almeno per parte del percorso. Ricordando quanto mi era successo, io non avevo nessun entusiasmo, ma loro mi assicurarono che nel tratto Udine-Carnia non avevano avuto noie, anzi non avevano neppure pagato il biglietto. Tornavano a casa dopo aver visitato il figlio, prigioniero nel campo di concentramento di Moggio. Andammo alla stazione ferroviaria e un ferroviere ci assicurò che avremmo potuto salire su un merci. Dopo una mezz’ora passò un treno e vi salimmo. A Gemona, il treno si fermò quasi un paio di ore, ed in questo tempo io ebbi occasione di vedere come viveva la loro truppa. Incrociammo una tradotta dei loro soldati: potei notare che il loro rancio consisteva in una grande porzione di minestra con contorno di verdura e di pezzetti di carne. Il loro morale era basso; non erano più spavaldi come quando entrarono e dicevano "Nach Venedig" o, addirittura "Nach Rom". Quando Dio volle, anche il nostro merci si rimise in moto e sulla tarda sera arrivammo a Udine. Per proseguire non vi era altro mezzo che le proprie gambe. Non sapevo quanti chilometri distava Pozzuolo da Udine, ma pensai che se l’avevano fatta i miei compagni, potevo farcela anch’io, e così anche se con passo lento, ci mettemmo in cammino. Intanto si fece notte, ed a un certo punto loro presero una scorciatoia ed entrarono in una casa, per riposare un poco. Non mancò il boccale del vino ed anch’io ne bevetti un paio di bicchieri. I miei compagni di viaggio raccontavano agli altri in quali condizioni si trovavano quei poveri prigionieri, con vestiti a brandelli, affamati e demoraliz-zati. Dopo questa tappa ci mettemmo nuovamente in cammino e piano piano arrivammo a Pozzuolo. Qui giunti mi dissero che mancavano ancora pochi chilometri: i contadini, infatti, abitavano in una frazione. Come Dio volle arrivammo a destinazione: un caseggiato molto grande, con il consueto sottoportico, tettoia per i carri agricoli; una vera e propria fattoria. Si radunarono tutti per sentire le novità e subito dopo apparecchiarono la tavola per la cena, consistente in polenta, una grande terrina di radicchio e un po’ di salame. e del formaggio. I miei compagni prima vollero togliersi le scarpe e farsi un benefico bagno ai piedi. I miei piedi, intanto, continuavano a litigare con le scarpe ed io non potevo fare nulla per loro, poiché ero in casa d’altri e non era bello chiedere rimedio. Per fortuna una ragazza si accorse delle mie sofferenze, senza dir parola mi porse un paio di pantofole dicendomi: "Si tolga anche lei le scarpe e si metta queste; non abbiamo di meglio, sono quelle di mia mamma". Io la ringraziai e mi parve di essere in Paradiso. Durante il giorno avevamo fatto solo uno spuntino, perciò io sentivo anche fame e mangiai quindi con molto appetito. Come d’uso, il boccale del buon vino era sul tavolo, pronto, naturalmente anche per me. Dopo un boccale ne venne un altro, e giunse pure altra gente per sapere le novità. Credo che fosse già passata la mezzanotte e un po’ per il vino e un po’ per a stanchezza, incominciavo a sbadigliare, ma loro insistevano che bevessi, dicendomi che il vino era genuino e che non faceva male. La ragazza che mi aveva dato le pantofole, un tipo allegro, si sedette vicino i me dicendomi: "Stia attento che se non vuota quel bicchiere di vino le do tanti pizzicotti"; così mi fecero prendere una sbornia. Quindi mi accompagnarono in camera, mi misero a letto e mi svegliai solo quando bussarono alla porta e non sapendo che ora fosse. A vestirmi feci presto, perché con la sbornia mi ero dimenticato di togliermi i pantaloni e anche i calzettoni. Scesi le cale ed entrai in cucina, dove in quel momento c’era solo una donna che mi diede una scodella di latte con polenta, pane e formaggio e anche un boccale di vino. Tenuto conto però della lezione che questo mi aveva dato la sera prima, ringraziai rifiutando. Poco dopo arrivò l’uomo che avevo conosciuto il giorno prima e con cui avevo viaggiato e con sé aveva una carriola ed un sacco di granoturco. Lo pesarono: erano 50 chilogrammi e mi dissero se ero d’accordo sul cambio. Risposi affermativamente ma tosto pensai che 50 chilogrammi erano un bel peso e che la strada da fare a piedi era lunga e pericolosa. Già avevo aperto il sacco da montagna per metterci il granoturco, quando l’uomo mi disse: "Le mando io un ragazzo, che con l’asino l’accompagnerà fino a Udine. Qui prende il treno e va fino alla Stazione della Carnia". Mi assicurò che non c’era pericolo; nell’andata da Udine a Moggio avevano viaggiato con donne della Carnia che avevano fatto lo stesso tragitto e nessuno le aveva molestate. Accettai così il suo consiglio. Intanto l’asinello ed il carretto erano pronti; vi caricarono il sacco ed io, dopo averli ringraziati, montai sul veicolo. Il ragazzo con la frusta fece il segno della croce davanti all’asino e montò pure lui. Una tiratina di redini egli gridò: "Andiamo Bruno". Compresi che l’animale non aveva fatto lavori pesanti perché si mise subito al trotto. Il nuovo compagno di viaggio aveva anche lui girato poco il mondo; mi disse che era già stato altra volta sino ad Udine in compagnia di suo padre. Allora io pensai fra me che avevo girato più di lui, essendo stato nel 1913 fino a Fagagna, con mio cugino Domenico. Il nostro asinello fece tutta la strada trotterellando e così arrivammo all’entrata di Udine. Strada facendo avevo chiesto al mio compagno quanti anni aveva, e mi aveva risposto 13 e mezzo, Si stupì quando seppe che io ne avevo 18. Eravamo già in città, quando fermai una donna e le chiesi se sapeva indicarci la strada più breve per arrivare alla stazione ferroviaria. Dopo aver sbagliato diverse volte, arrivammo finalmente alla stazione. Chiesi ad un ferroviere se era possibile andare con un treno sino alla Carnia e questo mi rispose che avrei potuto salire su un treno merci, ma mi fece capire il pericolo che correvo se gli austriaci mi avessero trovato il granoturco. Un altro ferroviere mi aiutò e mi chiese di consegnargli il sacco che nascose nella cabina del treno e poi annunciò la partenza di lì a quaranta minuti. Salutai il ragazzo che mi aveva accompagnato e per ringraziarlo gli regalai un biglietto da due lire venete; poi ci lasciammo. Avendo notato varie donne che, dall’accento parevano carniche, mi accodai a loro, ritirai il mio sacco e lo misi nel bagagliaio. Dopo una fermata di quasi due ore a Gemona, il treno giunse finalmente alla Carnia. Il più era fatto, ma restavano ancora 16 chilometri da percorrere a piedi. Per fortuna incontrammo un carro trainato da un mulo e il conducente fu così buono da portarci fino quasi a Tolmezzo. I pochi chilometri che separano Tolmezzo da Imponzo furono per me una vera tortura. Arrivai a casa dopo mezzanotte con i piedi sanguinanti, stanco, affamato e senza il sacco di granoturco che avevo nascosto sotto un covone di fieno lungo la strada. Mi erano rimaste solo le forze per ritornare a casa, ma senza tutto quel peso. Il sacco fu raccolto il mattino dopo da una ragazza che avevamo a servizio. Dall’altra parte dell’Italia non c’erano novità. C’era però un movimento insolito di truppa che nessuno sapeva spiegare. A Tolmezzo c’era sempre un po’ di truppa austriaca, ma fuori, nei piccoli paesi, non si vedeva nessuno. A Cedarchis vi erano due capannoni di legno lasciati dalle nostre truppe ed un bel giorno si seppe che si trovava costì per riposo una compagnia di soldati austriaci. Per consumare il fieno, avevamo portato il bestiame in montagna, in uno stavolo adiacente ai campi seminati a patate. Una mattina mio zio si accorse che il podere era stato visitato dai ladri e si dubitava dei russi che gli austriaci avevano con loro per i lavori di fatica. Pensammo allora di montare la guardia andando a dormire nel fienile. Una notte mio zio e gli altri mi svegliarono gridando: "Ai ladri!! In tasca avevo una rivoltella, in mano un bastone da montagna. Sentivo qualcuno fra le erbe del campo, poi vidi un’ombra e a piene braccia gli diedi una bastonata. L’ombra gridò, poi un lampo, uno sparo, un altro sparo... Pensai che fossero soldati ed allora fuggii a precipizio, saltando cespugli, muri di sostegno, rotolando e camminando. Intanto in paese avevano sentito gli spari ed il genero di quel vecchio che era con me in montagna era già in piazza armato di fucile. Cercai di dissuaderlo, dicendogli che i soldati non erano meno di cinque. Ma non ci fu verso e così anche mio cugino si unì a noi due e risalimmo la montagna nascondendoci in un boschetto proprio quando i soldati stavano per andarsene. Tutti e tre cominciammo poi a sparare; non so quanti colpi avevo esploso, ma sentivo che la canna del fucile si faceva calda. Smisi per un momento di fare fuoco e sentii il compagno che bestemmiava perché non poteva più sparare, dato che gli era rimasto in canna il bossolo ed il fucile si era inceppato. Rimediato questo inconveniente, ricominciò a sparare. Chiamai mio cugino, ma non ebbi risposta, perché, sprovvisto di cartucce, era scappato. Poi si calmò anche il mio compagno ed allora decidemmo di battere in ritirata. Sulla piazzetta si erano già radunate delle persone del paese, curiose di sapere quello che era successo. In realtà, per pochi chili di patate, avevamo fatto una sciocchezza; per gli austriaci non era difficile scoprire i padroni dei campi e darci una buona lezione, magari bruciando anche lo stavolo. A casa trovai mia zia, che piangendo stava mettendo dei viveri in un sacco da montagna. Mio cugino si era già allontanato, ed a melo zio disse: "Scappa subito e che Dio ti protegga". Passai dallo stavolo, presi altre cartucce e a tutta notte mi misi in cammino sulla montagna. Dormii sotto una pianta e al mattino mi spostai in un luogo da dove potevo osservare bene lo stavolo ed i campi. Per la verità ero ben pentito di avere commesso una simile stupidaggine arrischiando l’arresto. Intanto eravamo entrati nel mese di novembre. Si cominciò a vedere movimento di truppe che rientravano in Austria e si capì subito che qualcosa andava male anche per loro. Due giorni dopo le strade della vallata del But che passano da Timau a Monte Croce Carnico, erano ingombre di carri e di veicoli leggeri. Tutti capimmo che stava succedendo qualcosa di grosso. A nostra volta, noi, proprietari di bestiame, trovammo il modo di allontanare o nascondere il proprio. Nella nostra affittanza vi era una delle stalle più distanti dal paese e verso sera vi portammo tutti i capi di bestiame. Intanto sulle strade della Carnia continuava un intenso movimento di truppe austriache. Non c’era pericolo di equivoco: l’esercito era in rotta, ma la situazione locale era ancora in mano loro. Io, ansioso, osservavo con un binocolo il ponte che attraversa il But, quando vidi un insolito susseguirsi di biciclette che attraversavano il ponte venendo da Villa Santina. Sapendo che l’esercito austriaco non aveva truppe in bicicletta, capii subito che dovevano essere i nostri bersaglieri ciclisti. Infatti, dopo meno di un’ora venne una ragazza a confermarci la notizia. Ci furono quelli che proposero di andare sulla strada per depredare gli austriaci, ma la maggioranza sconsigliò simili imprudenze. Il primo a farci visita dall’Italia fu mio fratello Luigi, che ci portò notizie dei familiari e dei parenti, avendo avuto una breve licenza di 6 giorni più viaggio. Io ero orgoglioso del mio operato: avevo salvato tutto il bestiame, tutto il mobilio e la cantina con i viveri. La guerra poteva dirsi finita; le nostre truppe erano accantonate un po’ dovunque e i generi alimentari aumentati molto di prezzo. Per avere il latte, alle mense lo pagavano 40 centesimi al litro e noi vendevamo 20 litri al giorno. Il nostro Riccardo, cioè il prigioniero veronese che aveva passato il periodo di invasione con noi, era ansioso di rientrare a casa sua. Durante tutto il periodo dell’invasione non aveva potuto dare notizie, in primo luogo perché era prigioniero e poi perché non sapeva scrivere. Poiché il nostro esercito voleva raccogliere i prigionieri per fare loro la visita medica prima di mandarli in licenza, fui io che scrissi alla sua famiglia mandando sue notizie. Lui aveva deciso di temporeggiare per qualche settimana prima di presentarsi, ma per malasorte, con la liberazione era arrivata anche la "spagnola", una febbre influenzale che durò per molti mesi, facendo quasi più morti della guerra. Colpito dalla malattia, dovette mettersi a letto lui e le due ragazze di servizio, e poi anche mio zio. Senza medici e senza medicine c’era poco da stare allegri. Fortunatamente io mi salvai anche senza cure preventive. Dopo due settimane di letto il nostro Riccardo ci lasciò, per presentarsi all’Ospedale Militare di Tolmezzo, e dopo i dovuti controlli poté andare in licenza. Essendo della classe 1898 dovette ritornare al corpo, poiché non aveva diritto al congedo. Ci scrivemmo per quasi due anni, poi non seppi più nulla di lui. In dicembre cominciarono a rientrare dall’Italia i profughi più vicini. In questo periodo arrivò pure la famiglia di mio zio che era stata in Valtellina, a Morbegno. Mia madre, mio fratello Andrea e le mie sorelle si trovavano in Sicilia e pensarono bene di lasciar passare i mesi più freddi per evitare sbalzi di temperatura. Anche loro ebbero la "spagnola", anzi, le spoglie di mia sorella Lucia, che era la maggiore, sono sepolte laggiù. Le disgrazie purtroppo si susseguivano nella mia famiglia: era già morto il padre e una sorella, e mia madre era affranta dal dolore. In febbraio, come Dio volle, arrivò anche lei, con mio fratello e le altre sorelle. I treni non avevano orario e arrivavano quando potevano. Ricordo che la mia famiglia giunse dopo la mezzanotte e pioveva; per andare a casa vi erano sei chilometri di strada e mia madre preferì trattenersi in sala d’aspetto aspettando il giorno per mettersi in cammino. Al comando di tappa furono tanto gentili e ci diedero un camion per il trasporto fino a casa. Verso i primi di maggio cominciai a fare i preparativi per rientrare al paese natio. Per prima cosa bisognava riparare il tetto della casa, poi mettere porte e finestre e altri serramenti che mancavano. Il giorno 10 maggio 1919 facemmo ritorno definitivamente con bestiame e masserizie. A Tolmezzo avevamo avuto due carri ferroviari per il trasloco delle cose fino a Pontebba, dove un’altra volta il comando tappa ci aiutò mettendo a nostra disposizione un camion. In due viaggi tutte le nostre masserizie e i mobili erano fuori casa. Dopo pranzo, mentre sistemavamo i mobili e le altre cose, sentimmo uno scoppio. Mia madre diede un grido: "Andrea! ". Purtroppo era vero; lui e il suo compagno avevano trovato una spoletta di granata e l’avevano battuta con una pietra. Il proiettile era scoppiato in mano a mio fratello, asportandogli tutte le dita della mano sinistra con altre ferite alle gambe, all’altezza delle ginocchia. In paese vi era un medico militare che, dopo avergli medicato le ferite, lo fece ricoverare all’ospedale di Tolmezzo. lo andavo a trovarlo due volte alla settimana: a poco a poco le ferite si rimarginarono e i medici ci davano buone speranze. Stavamo camminando nel corridoio dell’ospedale quando mio fratello mi disse che un ginocchio gli faceva male. Parlai con il primario, e questo mi assicurò che avrebbe provveduto a farlo visitare ancora. Riscontrarono che nel ginocchio aveva ancora una scheggia e questa gli provocava dolori a ogni movimento della gamba. Dovettero sottoporlo ad un’altra operazione, ma il suo destino era già segnato. Qualche giorno dopo sopravvenne la pleurite. Il primario voleva fare un nuovo intervento, ma io dissi che la decisione spettava a mia madre. Due giorni dopo lei venne all’ospedale, ma solo per chiudere gli occhi per sempre a suo figlio.
Con queste ultime righe, si conclude il nostro viaggio nelle terre di Pontebba e non solo, non ci vogliono molte parole per descrivere quanto siano state preziose queste memorie, ai protagonisti, da tempo non più tra noi, va tutta la nostra gratitudine. Ai loro eredi: un grazie di cuore, per aver conservato e messo a disposizione, il dono dei loro cari.
Diario dei vari posti di osservazione italiani, Anno 1917
(I nomi delle località sono riportati fedelmente come furono scritti manualmente a quel tempo)Osservatorio n. 12Ore 12.35 – N° 8 colpi partiti dal Grosso Nabois e 3 colpi da Sella Prasnik sul termine N° 5 . Tiro continuo di piccolo calibro. Ten. RobertiAlle ore 13.30 dalla Sella Prasnich furono sparati tre colpi di piccolo calibro sul Pocet Basso, poco dopo, altri 9 colpi furono sparati di p.c. da una postazione del Grosso Nabois in quad. 93.36 nello stesso punto. Alle 14.30 6 colpi dalla nota cannoniera del Wisberg in direzione del Mittagskofel.-Ten. Roberti 16 – 6Osservatorio N. 8.132=scariche di fucileria e di mitragliatrici alle ore 24 verso Pasogna. Nessuna altra novità nella notte oltre quelle comunicate alle ore 24. Alle ore 10 aeroplano nemico proveniente dalla direzione del Ciavol scompare in direzione del Malurch. Sulla strada dell’Auernich Imofen passaggio di una quarantina di uomini. Alle ore 6.15 e alle 13.35: alle ore 18 ritornano dai lavori andando verso Imofen una 60 di uomini, proseguono durante la giornata i lavori di sterro nelle trincee del Bombasch, Calvario, nella strada Auernich Imofen.-Ten. Cappello
9
Durante le ore 24 sono passati lungo la strada rotabile uomini 230, carri 16. lungo la ferrovia carrelli 5, lungo la teleferica del Col de Mez carrelli 4,lungo le mulattiere del Durer muli 55.Dalle 15.30 alle 18.00 un pezzo nemico dal Staben ha sparato ad intervalli cadenzati circa 25 colpi a tempo in Val Bruna.-Sott. Davia
10
Ore 1.19 Vivo fuoco di fucileria e mitragliatrici in direzione del Srinchen.-Ten. OlskiLe batterie di piccolo Nabois hanno aperto il fuoco in direzione di Sella Sompdogna.-Ten. OlskiVelivolo nemico volò sulle nostre linee. Crrelli sulla strada ferrata fra Ugiviz e Malborghetto.Piccolo movimento uomini a Rio Paluc. Solito trasporto materiale al Paluc, carri sulla via ordinaria Ugovitz Malborghetto. Mine sul Simelen, quota 1600, rio Malborghetto, attività delle artiglierie nemiche del Gugg e dello Staben in direzione Mittagskofel. Colpi di altre batterie nemiche su Somdogna e Kopfach. La segheria ha lavorato tutto il giorno.-Ten Olski
11
Nella giornata si sono notati vari scoppi di mine su quote 1952 – 1973 – 1289 , alle ore 6 una macchina da treno manovrava nella stazione di Tarvis – Alle 9.45 una macchina con 4 vagoni partita dalla stazione di Tarvis alla volta di Lubiana.-S.T. BellucciIn direzione Foran delle Grave alle ore 11.30 batteria di medio calibro, probabilmente dalla direzione Luskaringraben ha sparato 3 colpi sul Kopfach. Alle ore 11.55 batteria di piccolo calibro dalla direzione dello Staben e Gugg Bergh hanno sparato circa 2° colpi verso Valbruna e accampamento, alle ore 15.00 batteria nemica del Wischberg e dello Staben hanno riaperto il fuoco su Sella Som Dogna. Alle ore 15.30 batteria di piccolo calibro, probabilmente dal Gugg Berg, ha riaperto il fuoco sulla forcella del Piper e pendici del Mittagskoffel. Alle 16.20 hanno riaperto il fuoco sullo Pezzei – Valbrunabatteria di medio carico dalla direzione Bilacof e batteria di piccolo calibro dalla direzione Prosmich il fuoco di queste batterie continua tuttora, detti colpi sono circa 30 e 36 a percussione.-S.T. Fumagalli
12
Ore 10.15 Forcella Brasnich tirava 9 colpi di piccolo calibro sul costone del Pecceit alla stessa ora 2 colpi partivano dal Wischberg sulla stessa direzione. Alle 11.45 apriva di nuovo il fuoco Forcella Brasnich tirando sul n. 12 con un pezzo di medio calibro. Sono stati già sparati 4 colpi.-S.T. RobertoAlle ore 15.30 a seguito fuoco nostro il Wischberg tirava 8 colpi su Sella Somdogna.La batteria 476 D ha battuto la trincea che si sta costruendo in Val Seisera, controbatte pure con altro pezzo il fuoco del Wishberg. Dalle 17 alle 19 la Forcella Prosmich apriva il fuoco verso il Pecceit e Mittagskoffel tirando 23 colpi di medio calibro.-S.T Roberto17-6-1917Osservatorio N. 8Ore 20 – Nella notte nulla da segnalare. Alle ore 8.20 aeroplano nemico proveniente dalla direzione del Troghel vola su Valle Aupa, Slenza, M. Piccolo e scompare in direzione Malborghetto. Alle ore 10.29 un aeroplano nemico proveniente dalla direzione del Trogel segue la direzione del Val Fella e scompare in direzione Montasio. Alle ore 10 due buoi e 4 uomini vanno da Auernich a Imofen. Sulla Sella del Malurch alle ore 13 pascolano buoi. Alle ore 14.40 22 uomini armati vanno da Imofen ad Auernich. Durante la giornata nessun lavoro è continuato.-Ten. CappelloOsservatorio N. 9Durante le 24 ore sono passati lungo la strada rotabile circa 100 uomini carri 27. Lungo la ferrovia 2 carrelli, lungo la teleferica a Cel di Mez 2 carrelli un 7.1 un pezzo nemico ha tirato dal Gugg, ha tirato alcuni colpi in Val Bruna.-S.T. DanaOsservatorio N . 10Ore 08.00 le batterie del Gugg hanno aperto il fuoco su Monte Pipar. -Ten OlskiVelivoli nemici volano sulle nostre linee – Le batterie nemiche sparano su M. Pipar e Cianalot. Carrelli sulla strada ferrata fra Ugovitz e Malborghetto. Solito movimento di uomini sulla via ordinaria fra Ugoviz – Malborghetto. Piccolo movimento di uomini e muli sulla strada di Palug. Solito trasporto materiale a Pasogna, Gran Graben, la segheria ha lavorato tutto il giorno.-Ten. OlskiOsservatorio N. 11Alle ore 4.10 si è sentito un rumore di un treno che da Tarvis andava a Ugoviz. Alle ore 4.30 circa 100 uomini armati si sono recati da Ugoviz a Zibloins. Ore 7.11 batteria di p.c. del Gugg Berg ha sparato 29 colpi a tempo e verso il Piper e Cianalot e dalle ore 9.39 alle 12.30 le batterie nemiche nella direzione del Piccolo Nabois e dal Prasnich, sparati intutto N. 44 a tempo e percussione del medio Poccet. Durante il giorno Durante il giorno si è notato movimento di salmerie e carreggio per la strada di Ugiviz.-Ten. FumagalliOsservatorio N. 12Alle ore 10.15 Sella Prasnich ha aperto il fuoco tirando 8 colpi probabilmente di medio calibro dal Peceit.Ore 11 la postazione del piccolo Nabois ha aperto il fuoco con la stessa direzione tirando con piccolo che continua tuttora.Ore 11.00 - Ten. Roberto 18 – 6 – 1917 Osservatorio N. 8Durante la notte nulla da segnalare, alle ore 10.10 un velivolo nemico proveniente dal Trögel volò su Val Dogna, in Valle Raccolana scomparendo in direzione di Montasio. Ore 10.40 aeroplano nemico proveniente dallo Schenone volò in Val Dogna e scomparve in direzione Gugg. Alle 10.45 areoplano nemico proveniente dall’Auernig volò sul M. Piccolo su Val Dogna e scomparve in direzione dello Schenone. Alle ore 10.45 l’artiglieria nemica di calibro 76.5 psrta sullo Scit quadretto 79 -70 x 1,5 y2 sparò 2 colpi in direzione della Veneziana. Durante la giornata passaggio a lunghi intermezzi 2 carrette trainate da muli, 10 muli scarichi, sulla strada Auernig ad Imofen. Continuano lavori di sterro sulla strada Auernig e trincee Bombas, Calvario e quota 1200 dello Scit.-Ten. Cappello Osservatorio N. 9Durante le 24 ore sono passati lungo la strada rotabile uomini circa 90, carri 21. La Ferrovia carrelli 6, la teleferica di Col di Mez carrelli 4. Dalle 10 alle 10.40 aeroplano nemico ha sorvolato in Val Raccolana, sul Fella, sul m. Piccolo, sul Cuel Tarond ed è tornato nelle proprie linee. Ore 9.25 la batteria dello Stabet ha tirato sul Pizzo Orientale 8 colpi. Ore 17.15 la batteria del Gugg Ruc Grughen ha tirato una decina di colpi oltre i 2 Pizzi.-Ten. Davia Osservatorio N. 1015.30 le batterie dello Stabet hanno aperto il fuoco in direzione Cuel Tarond. Ten. OlskiLe batterie del Gruken hanno aperto il fuoco in direzione di Cuel Tarond.-Ten. OlskiVelivoli nemici sulle nostre linee. Carrelli sulla strada ferrata Ugoviz Malborghetto. Piccolo movimento uomini carri e muli sulla strada fra Malborghetto Ugoviz Palug e verso Pazogna. Solito intenso trasporto di tavole verso Pazogna. Le batterie del Gugg e dello Stabet sparano sulla Forcella Cianalot e sui due Pizzi in direzione di Cuel Tarond. Mine a Rau Graben, Nebria, Pazogna. Lavoro alla segheria durante intiera giornata.-Ten OlskiOsservatorio N. 11Oltre il solito movimento di carri e di persone si nota nella giornata le seguenti novità: Alle ore 11.15 si sente far traini d’artiglieria sulla strada che va da Saifniz a Ugoviz. Ore 6 due macchine da treno fanno manovra di Tarvis. Ore 8.30 si nota un aeroplano nemico sopra Valdogna. Dalle ore 9 alle 12.30 batteria nemica di piccolo calibro allo Stabet sparò 15 colpi a tempo in direzione del Cianalot. Alle ore 9.15 si notano 50 uomini che lavorano sulla strada alla destra del Nebria. Ore 11.55 aeroplano nemico entrò in Austria verso Tarvis. Dalle ore 14.15 alle 16.15 batteria dello Stabet sparato 11 colpi in direzione Cuel dai Pez. Durante la giornata si sono uditi diversi scoppi di mina su quota 1952 – Gugg Berg – Rio Malborghetto.-Ten. FumagalliOsservatorio N. 12Novità N. N. -Ten. Roberto19 – 6 – 917 Osservatorio N. 8Nella notte nulla d’importante. Alle ore 12.30 4 uomini portano 2 marmitte daal’ Auernich a Imofen. Aeroplano nemico proveniente dal Trögel si dirige verso Paularo e ritorno Trögel. Alle 13.50 19 uomini che vanno da Auernig a Imofen. Alle ore 14.10 6 uomini 6 cavalli a destra di Auerig Imofen. Sulla quota 1200 20 uomini lavorano a distendere reticolati sono stati messi in fuga alle ore 10.20 dal fuoco delle nostre artigliere. Alle ore 18.40 uomini vanno da Auernig a Imofen.-Ten. CappelloOsservatorio N. 9Durante le 24 ore sono passati lungo la strada rotabile18 uomini 19 carri e 6 muli. Lungo la ferrovia 5 carrelli lungo la telferica di Cuel di Miec 3 carrelli. Ore 16 l’artiglieria di Gugg Berg ha tirato 2 colpi verso Valbruna.-Ten. Bedoni Ore 12.30 circa 12 uomini scendono alla spicciolata sulla mulattiera del Durrer.-Ten. BedoniOsservatorio N. 10Carrelli ferroviari fra Ugoviz e Malborghetto. Piccolo movimento di uomini sulla strada di Pazogna. Solito trasporto di tavole a Pazogna. Le batterie del Gugg sparano in direzione del Pizzo. Mine al Srinchen, Pazogna, Rio Malborghetto. La segheria ha lavorato tutto il giorno.-Ten OlskiOsservatorio N. 11Alle ore 8.30 9.30 la batteria del Nabois sparò 9 colpi in direzione di Salletto quota 1942 alle ore 10.20 tre carrelli trainati da due cavalli provenienti da Ugoviz e un carro da Saifniz scaricavano materiale nel quadr. 78 – 97 x=3 y=14. Si nota un movimento di circa 40 uomini che trainano carretti. Alle ore 12.10 una squadra di 19 uomini lavorano nel quadr. 78 – 91 x=2 y=11 per lo spondamento della strada si trasportano pali e materiali con carrelli. Alle 13.49 e alle 14.29 la batteria dell’Erlacof ha riaperto il fuoco sparando tre colpi in percussione. Dalle 14.9 alle 14.20 la batteria del Gugg Berg ha sparato 2 colpi in direzione di Gramador. Il solito movimento di truppa e carri sulla strada Ugoviz – Malborghetto. Alle ore 20.10 circa 100 uomini con zaini da Ugoviz a Alpe di Ugoviz.-Ten. FumagalliOsservatorio N. 12Novità N. N.-Ten. Roberto20 – 6 – 917Osservatorio N. 8Durante la notte nulla di nuovo. – Alle 7.45 areoplano nemico proveniente dalla direzione di Sella Prihat scompare in direzione del Canal del Ferro. Alle 9.40 4 muli carichi di casse vanno da Imofen al Auernig. Alle ore 14.25 15 uomini passano per la Sella ChirsteKopf e vanno a Malborghetto. Durante la giornata proseguono i lavori di sterro nelle trincee del Bombasch e di quota 1200 sullo Seit, sul Brizia, nel quadretto 74-65 x=14 y=8.5.- Si è notato una caverna che si presume possa servire come ricovero.-Ten. CappelloOsservatorio N. 9Durante la giornata si sono notate le seguenti novità: Su strada rotabile N. 21 carri – idem 170 uomini – su ferrovia 7 carrelli su teleferica 3 carrelli.-S.Ten. BedoniOsservatorio N. 10Fitta nebbia a intervalli durante il giorno. Aeroploano nemico volo sulle nostre linee. Piccolo movimento di carri e uomini sulla strada ferrata e ordinaria Malborghetto – Ugoviz - Paluck Carrelli in movimento sulla strada ferrata Malborghetto – Ugoviz. Carrelli sulla teleferica. Mine a Pazogna – Simelen e solito trasporto di tavole a Pazogna. Le batterie nemiche spararono sullo Stabet in direzione Mittagskofel. La segheria ha lavorato tutta la giornata.-Asp.te Russo Osservatorio N. 11Ore 8.50 batteria nemica di piccolo calibro del Piccolo Nbois ha aperto il fuoco in direzione di Rang Graben. Alle ore 14.25 cessò il fuoco. Sparo N. 14 colpi a tempo, ore 10.15 si sente il rombo del cannone verso Pontebba. Ore 9.50 si sente il rumore dell’aeroplano in direzione del Wischberg. Ore 9.55 batteria di piccolo calibro nello Zaprach aperto il fuoco in direzione Placagraben. Alle 10.45 cessò il fuoco, sparò N. 8 colpi a tempo. Ore 11.15 batteria nemica del Prasnich aperto il fuoco verso Seisera. Alle ore 14 cessò il fuoco. Sparò N. 12 colpi a tempo. Alle ore 12.50 una squadra di 15 uomini armati da Marode sono arrivati a Wolsbach. Alle ore 14.35 la batteria nemica di medio calibro dell’Erlakopf aperto il fuoco nei pressi di quota 1942, alle ore 15.15 cessò il fuoco, sparò 4 colpi a percussione. Il nemico ha fatto brillare N. 46 mine a quota 1952, N. 4 a quota 1600 e N. 4 al piccolo Nabois.-S.Ten PerucciOsservatorio N. 12Ore 11.30 il nemico tirava 10 colpi di piccolo Calibro da Zaprach Graben. Sulle loro linee, sullo Schwarzenberg, quota 1505. Alle ore 12.15 altri 11 colpi da Sella Plasnich in Val Seisera.-Ten. Roberto21 – 6 – 917Osservatorio N. 8Ore 16.20 artiglieria nemica posta sul Vallone del Veisenbach ha aperto il fuoco verso la Bieliga e M. Piccolo.-Ten. CappelloAlle ore 12.49 40 uomini vanno da Imofen a Prasnich. Alle ore 13.10 passano 22 uomini sul rovescio delle trincee del Bombasc. Alle ore 16.30 artiglieria nemica di calibro 120 posta sul vallone del Vin Jambarch in luogo non precisato ha sparato 6 colpi verso Bieliga e M. Piccolo. Ore 18.29 50 uomini da Auernich a Imofen. Durante la giornata 10 uomini lavoravano di sterro nelle trincee Bombasc 5 fanno reticolati nelle trincee del Calvario.-Ten. Cappello Osservatorio N. 9Ore 16 artigl. Nemica del Gugg – Rischen tira con piccolo calibro sulle nostre linee di Granuda.-Sott. Bedoni Sulla strada ferrata 8 carrelli, sulla strada rotabile 67 uomini, caari 20, muli 9, sulla teleferica 3 carrelli.-S.Ten BedoniOsservatorio N. 10Piccolo movimento di uomini sulla strada Palug Pazogna – Carrelli sulla strada ferrata Malborghetto Ugoviz. Una locomotiva sulla strada di Tarvis . Le batterie del Gugg sparavano in direzione di Gramuda e del Mittagskofel . Fitta nebbia ostacola la visibilità.-Asp. Riespo Osservatorio N. 11Ore 6.11 una macchina ferroviaria da manovra alla stazione di Tarvis. Ore 7 un treno da Tarvis diretto a Lubiana, dalle ore 9 alle 11.30 batteria nemica del Prasnich ha sparato 7 colpi a Percussione sulle falde sud est del Basso Peceit. Dalle ore 9.11 alle 11.41 ha lanciato da ______ probabilmente con lanciabombe su Plania Graben Dalle ore 10 alle 17 batteria nemica di m.c. del Gugg Berg ha sparato 7 colpi 2 colpi dalla selletta del Mittagskofel e 5 colpi in direzione di Forcella Bieliga. Dalle 17.9 alle 18.49 Batteria nemica di p.c. del Gugg Berg ha sparato 6 colpi a tempo nella direzione del Pipar.-S.Ten Fumagalli Osservatorio N. 12Alle ore 18 dalla Forcella Prasnich tiravano 11 colpi di medio calibro sul quadretto 93-93 altri colpi fra il Peceit e lo Ialsenbach.-Ten.Roberti 22 – 6 – 917Osservatorio N. 8Durante la notte nulla di nuovo. Alle ore 6.45 80 uomini vanno da Imboch a Imofen. Alle ore 13.30 45 uomini passano sulla strada del Bombasch – Alle ore 18.50 uomini vanno da Auernigh ad Imofen. Durante la giornata 6 uomini lavorano nelle trincee del Bombasch; 6 uomini lavorano allargando la cannoniera dello Seit quadr. 74-69 x=15.5 y=5.-Ten. CappelloOsservatorio N. 9Nella giornata si sono notate le seguenti novità: Sulla strada rotabile carri 16 uomini 59 dei quali 4 uomini a cavallo. Sulla strada ferroviaria carrelli 10 - Sulla teleferica carrelli 10 – Alle ore 15.25 furono eseguiti tiri della 475 P.C. sul quadretto 77-91 per disturbare lavori.-F.to Sott. PedoneOsservatorio N. 10Piccolo movimento di uomini sulla strada ferrata Rio Paluch Pazogna. Carrelli sulla strada ferrata Ugoviz Malborghetto e sulla teleferica Col de Mez Simelen. Piccolo trasporto di tavole; mine al Simelen Gugg Rio Malborghetto. Piccolo movimento di muli rio Paluch Pozogna..-Asp.te RussoOsservatorio N. 11Alle ore 8.30 alle ore 10.30 la batteria di medio calibro della Sella Praznich ha riaperto il fuoco a sud di quota 1970 N. 26 colpi a tempo e a percussione. Dalle ore 9.40 alle 11.30 la batteria di medio calibro dell’ Erlacopf ha aperto il fuoco ad est del Peceit N.14 colpi. Dalle ore 11.25 alle 12.30 il nemico dallo Svarzenberg ha lanciato 4 bombe su Plania Graben. Dalle ore 14.30 alle 16.45 una batteria di medio calibro posta tra Erlacof ha riaperto il fuoco nella Forcella fra il Mittagskofel e quota 952 – 9 colpi a tempo e nella direzione del Pipar. Dalle 16.50 alle 17.30 il Gugg Berg ha aperto il fuoco in direzione di Granuda N.7 colpi a tempo. Alle 5.45 una macchina ferroviaria da manovra nella stazione di Tarvis. Ore 18.30 circa 40 uomini da Ugoviz vanno verso Saisinich (Saifnitz). Ore 21 circa 25 carrette cariche si recano a Ugoviz. Nella giornata si sono notati gli scoppi di mine a quota 1973 – 22 mine su quota 1952 – 4 su quota 1289 e 1 mina su quota 1761. -Ten BedoneOsservatorio n. 12Alle 8.45 la Forcella Prasnich aprì il fuoco tirando 23 colpi di medio calibro fra il Pecceit e llo Scwarzen Berg.-S.Ten Mastrovilli